immagine-preview

Lug 19, 2018

Ispra, nel 2017 cementificati oltre 52kmq. Si costruisce in zone sismiche e alluvionabili

Emerge dal report "Consumo di suolo in Italia 2018"presentato alla Camera. Aggredito anche un quarto (il 24,61%) delle aree soggette a vincoli paesaggistici

Il Bel Paese è sempre meno bello. Nonostante l’edificazione degli ecomostri – giganti in cemento armato che deturpano coste, valli e creste montane – sia un fenomeno che viene ricondotto, nella vulgata, ai soli Anni ’50 e ’60, in Italia la cementificazione selvaggia – spesso regolare anche se malamente regolamentata – non solo non è mai cessata, ma sta addirittura aumentando. La denuncia arriva dall’Ispra, secondo cui il consumo di suolo in Italia è progredito anche nel 2017 riducendo così la superficie naturale di ulteriori 52 chilometri quadrati, per rendere l’idea un’area grande due volte quella coperta da Piazza San Pietro in Vaticano.

 

Il malcostume tipico del Sud oggi trasferito al Nord

A essere divorato da cemento e asfalto, globalmente, è il 7,7% del territorio italiano, valore tra i più alti in Europa. Peggio di noi solo Cipro e Liechtenstein. È come se, ogni secondo, venissero coperti con cemento o asfalto due metri quadrati di territorio. E se nella prima metà del secolo scorso il fenomeno era geolocalizzato soprattutto al Sud, oggi ha messo radici anche nel Settentrione. Nel 2017 – si legge nel rapporto – in 15 regioni è stato superato il 5% di consumo di suolo, con il valore percentuale più elevato in Lombardia (che con il 12,99% arriva a sfiorare il 13%), in Veneto (12,35%) e in Campania (10,36%). Seguono Emilia-Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Puglia e Liguria, con valori compresi tra l’8 e il 10%. La Valle d’Aosta è l’unica regione rimasta sotto la soglia del 3%.

Se, in termini di incremento percentuale rispetto alla superficie artificiale dell’anno precedente, i valori più elevati si registrano in Veneto (+0,50%), Friuli-Venezia Giulia (+0,41%) e Trentino-Alto Adige (+0,40%; Bolzano +0,65%; Trento +0,13%), Basilicata e Molise sono le regioni, invece, che nel 2017 hanno avuto la minor perdita di suolo agricolo o naturale.

Asfalto e cemento avanzano nelle province di Napoli, Milano e Aosta

Sempre l’Ispra sottolinea che Monza e Brianza si conferma la provincia con la percentuale di suolo artificiale più alta, con circa il 41% di suolo consumato in rapporto alla superficie provinciale e un ulteriore incremento significativo di 35 ettari. Sopra il 20% troviamo le province di Napoli (34%), Milano (32%), Trieste (23%) e Varese (22%) e, poco al di sotto, Padova (19%) e Treviso (17%). Tra queste, la crescita percentuale maggiore è stata a Treviso (+0,49%) e Padova (+0,31%).

Le uniche province rimaste sotto la soglia del 3% sono Verbano-Cusio-Ossola (2,85%), Matera (2,87%), Nuoro (2,89%) e Aosta (2,91%). Tra queste ultime solo Aosta (provincia – i dati sopra si riferivano alla regione NdR) è cresciuta in percentuale più della media nazionale (+0,29%). Le province dove il consumo di suolo netto è cresciuto di più nel 2017, in percentuale rispetto al valore del 2016, sono quelle di Viterbo (+0,91%), Verona (+0,71%), Vicenza (+0,67%), Bolzano (+0,65%), Venezia (+0,57%), Vercelli (+0,54%) e Treviso (+0,49%).

 

Legambiente: “Lombardia punti sul recupero degli spazi urbani, non sull’espansione delle periferie”

«In mancanza di strumenti e norme di chiaro indirizzo degli investimenti del settore delle costruzioni, rischiamo di assistere ad una ripresa della bolla di espansione delle periferie, proprio a partire dalle regioni che più beneficiano della ripresa economica – ha dichiarato Damiano Di Simine, coordinatore scientifico di Legambiente Lombardia -. E’ questo il momento per affrontare percorsi di riforma delle norme che, per quanto riguarda la nostra regione, devono accompagnare il rilancio dell’edilizia del riuso degli spazi delle città, nel nome della qualità urbana e dell’efficienza energetica».

Cementificazione selvaggia e pericolosa

Ma i dati raccolti da Ispra nel suo rapporto “Consumo di suolo in Italia 2018” ci dicono anche un’altra cosa: la cementificazione non è solo fuori controllo, ma è anche potenzialmente pericolosa, persino quando a norma di legge. Tutto ciò dimostra che non esista nel Paese e tra le amministrazioni locali memoria storica e non si riesca a fare tesoro delle tragedie, anche recenti. Infatti, il 6% delle trasformazioni del 2017 è avvenuto in aree a rischio frana e oltre il 15% in quelle a pericolosità idraulica media.

Leggi anche: Beviamo pesticidi: 259 tipi contaminano l’acqua

A essere ignorate non solo le situazioni di pericolo potenziale legate al rischio sismico ma persino quelle in cui la minaccia è rappresentata dalla eruzione e dalle colate di ceneri e lapilli: si costruisce fin sulle pendici dei vulcani e non a caso i Parchi nazionali del Vesuvio, dell’Arcipelago di La Maddalena e del Circeo risultano le aree tutelate con le maggiori percentuali di suolo cementificato. Basti pensare che la percentuale di territorio vulcanico consumato a livello nazionale è significativamente influenzata dal dato della Campania le cui aree vulcaniche risultano coperte artificialmente (12.253 ettari) per quasi un terzo della propria estensione.

 

Il report di Ispra arriva proprio nei giorni in cui un nuovo sciame sismico sembrerebbe suggerire il risveglio dell’Etna, a testimonianza del fatto che i vulcani italiani siano comunque ancora attivi e pericolosi, come ai tempi di Pompei ed Ercolano, e richiedano dunque di essere trattati con rispetto, un rispetto che l’abusivismo edilizio certo non contempla. In generale, le regioni con maggior percentuale di territorio vincolato consumato risultano Campania (11%), Veneto (9%), Puglia (9%), Emilia Romagna (8,5%) e Lombardia (8%).

A livello regionale, si legge nel rapporto Ispra, in Lombardia, Veneto e Campania risultano i valori maggiori di suolo consumato in aree a pericolosità sismica alta (rispettivamente 14,4%, 12,7% e 10,4%), mentre Campania, Sicilia e Calabria hanno i valori più elevati la nelle aree a pericolosità molto alta (rispettivamente 6,8%, 6,3% e 6,0%).

La rapallizzazione ormai estesa a tutta la Liguria

I dati di Ispra confermano come il fenomeno della “rapallizzazione”, ovvero la costruzione indiscriminata e selvaggia in luoghi a rischio alluvione o frane, anziché diminuire abbia contaminato l’intera regione, che pure vanta innumerevoli scorci e litorali ancora da proteggere e tutelare. Il livello di impermeabilizzazione entro i 150 metri dai corpi idrici raggiunge livelli molto elevati proprio in Liguria (circa il 21% di tale superficie è coperta artificialmente), seguita da Valle D’Aosta (15,4%) e Trentino Alto Adige (13,4%), rispetto ad una media nazionale del 7,6%. Parimenti, la percentuale di consumo di suolo in aree a pericolosità idraulica media è maggiore in Liguria (oltre il 30%), mentre Friuli-Venezia Giulia e Marche hanno registrato un aumento del consumo di suolo tra il 2016 e il 2017 rispettivamente dell’1,1% e dello 0,7% in aree a pericolosità media.

Ispra, il cemento non risparmia nemmeno le coste

E poi c’è l’annosa questione della cementificazione dei litorali, tra porticcioli, strutture alberghiere e locali notturni. Per la rapallizzazione di cui si è appena scritto, tra le regioni con i valori registrati più alti entro i 300 metri dalla linea di costa ci sono proprio Liguria e Marche con quasi il 50% di suolo consumato, Abruzzo, Campania, Emilia Romagna e Lazio con valori compresi tra il 30 e il 40%. Tra i 300 e i 1.000 metri si segnalano invece Abruzzo, Emilia-Romagna, Campania, Liguria e Marche con valori pari o superiori al 30% di consumato. Nella fascia tra 1 e 10 chilometri si evidenzia il dato del 16,4% di consumato, rappresentativo della Campania. Ancora una volta, l’incremento percentuale maggiore tra il 2016 e il 2017 si registra nella fascia tra 1 e 10 chilometri dalla costa: è da evidenziare l’aumento nel Friuli Venezia Giulia (+1,13%) rispetto ai dati rilevati nel 2016.

Rimani sempre aggiornato sui
temi di StartupItalia!
iscriviti alla newsletter