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Set 7, 2018

Non sprechiamo l’occasione del ponte Morandi

I grandi eventi, compresi i disastri, possono essere un volano per ripensare le città. E Genova ha notevoli potenzialità, nonostante la tragedia del viadotto

Ripensare le città. Se ne fa una grande discussione oggi di questo tema, anche per il fatto che il nodo urbano è essenziale per tentare di risolvere la questione del clima, ma i passi sostanziali in questa direzione rimangono spesso puramente teorici. Specialmente in Italia, dove la logica della demolizione e ricostruzione appare quasi impossibile. Si pensi al fatto che la Centrale nucleare del Garigliano, in Campania al confine con il Lazio, entrata in funzione nel 1964 e chiusa in anticipo nel 1978 per un guasto, deve essere conservata perché il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, nel 2010, ha deciso che gli edifici del reattore e della turbina, progettati dall’ing. Riccardo Morandi – il progettista del ponte di Genova – sono un “patrimonio architettonico del nostro Paese”.

Veduta di Genova che ben dimostra l'alta densità abitativa. Fonte: Google Earth

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Praticamente nel Bel Paese, per motivi di “conservazione” oppure per questioni di mercato, abbiamo la proprietà immobiliare più frammentaria d’Europa (valore 6.227 miliardi di euro, 3,8 volte il Pil nazionale, con il 77,4 % delle famiglie che vive in case di proprietà) l’urbanistica è immobile, cristallizzata, con pochi interventi strutturali sotto al fronte dell’adeguamento o della riconversione delle città che risalgono, nella migliore delle ipotesi, a decenni fa.

Il dono a Genova di Renzo Piano

In questo quadro appare innovativa, per l’Italia, la proposta di Renzo Piano per la fase dopo il crollo di ponte Morandi che, oltre alla realizzazione di un nuovo viadotto – idea progettuale che l’architetto ha donato alla propria città – prevede anche un intervento di riqualificazione dell’intera valle del Polcevera [coinvolta nel crollo del viadotto Morandi. N.d.R.].

«Spero di essere utile. Bisogna che la città ritrovi orgoglio e riscatto, bisogna ricostruire questo ponte e ripensare l’intera area della Val Polcevera. – ha detto Renzo Piano durante la riunione con il governatore della Regione Liguria, Giovanni Toti, nella quale ha presentato la sua idea per il ponte. – L’area della Val Polcevera è di grandissima importanza anche se sostanzialmente periferica. Si tratta di una zona industriale e ferroviaria, Genova non può pensare di crescere né verso mare né verso monte, quindi l’area dove passava il ponte ha un grande valore urbanistico. Il tema è trasformare le vecchie aree industriali in città, urbanizzarle». E la valle del Polcevera subì questo destino, di area industriale proprio a causa di ponte Morandi viso che un primo embrione di edilizia popolare era antecedente alla sua realizzazione.

Riparare l’urbanistica

La questione ha il pregio di riaprire il dibattito sulle occasioni di riqualificazione dei tessuti urbani che in buona parte del mondo sono legate a “eventi esterni” per fortuna non sempre catastrofici. Una delle occasioni classiche sotto a questo profilo sono le Olimpiadi alle quali Roma, per esempio, ha rinunciato partecipare.

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Vediamo alcuni casi. Barcellona con i giochi del 1992 è una delle migliori storie di successo. Gli interventi per le Olimpiadi prima di tutto si sono innestati su processi di riqualificazione urbana già in essere e sono stati l’occasione per rafforzare la città con nuove strutture sportive, rafforzando l’offerta culturale – perché anche di ciò vivono le città – e il trasporto pubblico. Ma è nella concezione stessa del progetto che sta la forza del successo di Barcellona. Già nell’immaginare le opere a non utilizzo sportivo, infatti, se ne è previsto il riutilizzo dopo l’evento, tenendo d’occhio la valorizzazione turistica e culturale della città.

La mobilità se già era problematica ora è stata messa in ginocchio dal crollo del ponte

Effetto opposto invece quello delle Olimpiadi di Atene del 2004 che ha mancato gli obiettivi di modernizzazione e rafforzamento del trasporto pubblico, della cultura e del turismo della capitale greca a causa della mancanza di progettualità complessiva e dei ritardi nella realizzazione cose che hanno comportato il rapido abbandono di molte strutture sportive dopo le Olimpiadi e il declino di vaste aree urbanizzate.

Londra, per le Olimpiadi del 2012, ha creato un’agenzia per studiare le destinazioni d’uso per la gestione dopo l’evento, diretta da diretta da Richard Burdett (professore di “Urban Studies” presso la London School of Economics) che ha declinato la fase post-olimpica su una serie di cinque denominatori quali:

  • crescita economica delle aree interessate;
  • rafforzamento della comunità urbana;
  • maggiore accessibilità e partecipazione agli sport per le persone con disabilità;
  • profondo processo di rigenerazione urbana;
  • miglioramento dello stile di vita dei londinesi.

Si tratta del Legacy Plan che non si esaurisce con la fine dei giochi ma si innesta su un programma di sviluppo che per alcune aree arriva al 2030. Diciotto anni dopo l’evento.

Italia in ritardo

Torniamo a Genova. Secondo il Consiglio Nazionale degli Architetti, guidato da Giuseppe Cappochin: «Renzo Piano ha colpito nel segno. La ricostruzione non può prescindere dalla riqualificazione di tutta l’area. L’auspicio è che l’immensa tragedia che ha colpito Genova possa diventare, attraverso una esemplare rigenerazione dell’area della Val Polcevera, non solo occasione di riscatto della città, ma anche un modello di riferimento per l’elaborazione del Piano d’Azione Nazionale per le città sostenibile».

Genova non può pensare di crescere né verso mare né verso monte

Già, perché su questo fronte in Italia stiamo ancora a livello dell’elaborazione di piani per le città sostenibili, mentre in altre zone d’Europa, come a Friburgo con il quartiere di Vauban, sono anni che interi distretti sono sostenibili. E proprio da Vauban arriva un esempio di come l’offerta di sostenibilità ambientale possa migliorare anche la domanda.

Domanda di sostenibilità

Il quartiere, che è stato uno dei primi a essere realizzato in maniera sostenibile nei primi anni 2000, non aveva previsto la pedonalizzazione al suo interno, ma furono i residenti stessi una volta arrivati a chiedere alla municipalità il permesso per realizzare dei parcheggi all’esterno del quartiere che oggi è interamente pedonalizzato a parte un asse viario che lo attraversa lungo cui passa una linea del tram.

E ciò ci porta a uno dei punti cruciali di Genova: la mobilità. Mobilità che, se già era problematica, ora è stata messa in ginocchio dal crollo. E che non riguarda solo la città ma anche l’asse viario est-ovest della costa ligure e quello sud-nord rappresentato dal sistema portuale e dalle direttrici autostradali verso la Pianura Padana. Tenuto conto che non è praticabile, almeno sul breve -medio periodo l’ipotesi sostenuta da Guido Viale sul Manifesto circa a una non realizzazione sia del nuovo ponte Morandi, sia della Gronda – l’opera autostradale che dovrebbe bypassare ponte Morandi –  che avrebbe dovuto rappresentarne l’alternativa parziale, a meno di non chiudere all’istante la città che possiede a tutt’oggi una vocazione mercantile, è interessante il punto di vista di Anna Donati, una delle massime esperte di trasporti dal punto di vista ecologista che afferma: «A Genova servono investimenti per il potenziamento del nodo ferroviario che consenta a merci e passeggeri, in un territorio denso e congestionato, di muoversi in modo sostenibile».

Il dopo ponte Morandi: rivedere la mobilità

Quindi ora si dovrebbe rivedere il Piano urbano di mobilità sostenibile (Pums) della città di Genova, che è stato presentato a febbraio 2018, alla luce delle novità e soprattutto interfacciarlo con la rigenerazione urbana della Valle Polcevera, magari avviando già ora una fase di dibattito pubblico, in stile francese dove con il “Debat Public” si decide sugli interventi in pochi mesi, processo che Genova ha già attivato, caso unico in Italia, proprio per la Gronda nel 2009.

In altre zone d'Europa, come a Friburgo, sono ormai anni che interi distretti sono sostenibili

Il tutto supportato da una robusta ricognizione sociologica che è ciò che è mancato, e portato al sostanziale fallimento, di una delle pochissime esperienze di sostituzione urbanistica avviate in Italia: quella di Roma di Giustiniano Imperatore. Voluta dall’allora sindaco della Capitale Walter Veltroni. Questo approccio abbastanza inusuale, per l’Italia, potrebbe fare di Genova un laboratorio sociale per mettere a punto delle metodologie utili, fin dalla concezione, alla realizzazione delle opere infrastrutturali necessarie al paese ed evitare il dilagare della sindrome Nimby. Ossia l’opposizione a qualsiasi cosa mi stia vicino.

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