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Set 13, 2018

La blockchain può rendere la moda etica: parola di Martine Jarlgaard

Registrare e tracciare tramite un’app ogni fase del viaggio di un capo di abbigliamento così da saperne la provenienza scansionando il QR Code: è il progetto della stilista inglese

Un sistema di blockchain per registrare e tracciare- tramite un’app- ogni fase del viaggio di un capo di abbigliamento, dando poi la possibilità ai clienti e acquirenti del capo stesso di conoscerne il percorso scansionando un codice QR posto sull’etichetta. Quello messo a punto da Martine Jarlgaard– fondatrice del brand che porta il suo nome, un brand che si muove “tra moda, arte, tecnologia ed economia”- è uno dei primi esempi di blockchain applicata alla moda, sviluppato in collaborazione con Provenance, startup londinese che si occupa di tracciare le filiere dei prodotti tramite blockchain, e che ha realizzato l’app.

La tecnologia al servizio di una moda etica

Nato nel 2017, il progetto rappresenta un importante passo avanti nella ricerca di trasparenza dell’industria di moda, “ancora insufficiente, ma fondamentale per diminuire l’impatto della produzione su ambiente e condizioni dei lavoratori” secondo la stessa designer. Nota nel mondo del fashion anche per essere stata una delle prime stiliste ad allestire, nel 2016, una sfilata in mixed reality- avvalendosi di Microsft Hololens– di recente la stessa Jarlgaard è tornata a parlare di come stia portando avanti il suo progetto di promuovere una catena di approvvigionamento aperta, che consenta ai consumatori di prendere decisioni più informate e convinca i brand a comportarsi in modo più responsabile.

“L’industria della moda così com’è oggi è antica, un sistema chiuso e centralizzato, e io sto lottando per capire perché invece non stia usando queste incredibili opportunità date dalla tecnologia per essere trasparenti e corretti, che è l’unica via da seguire” spiega Jarlgaard, che prosegue: “La responsabilità che incombe sulle spalle del settore per iniziare a promuovere la sostenibilità è enorme, i brand devono ridefinire il valore di un prodotto per cambiare il modo in cui i consumatori fanno acquisti: sarà proprio l’innovazione a permetter loro di fare una differenza radicale”.

Il problema della trasparenza nella moda

Dato il numero di parti solitamente coinvolte nella produzione di un capo, la trasparenza nel settore della moda non è un’impresa da poco. Secondo uno studio di McKinsey & Company, la produzione annuale di abbigliamento ha superato per la prima volta nel 2014 100 miliardi di articoli, di cui però quasi il 60% finiscono in discariche o inceneritori entro appena un anno dalla produzione.

La richiesta di trasparenza sull’origine dei nostri vestiti e su quello che è successo prima che ci raggiungano è tuttavia in aumento, supportata da campagne come #Whomademyclothes, organizzata annualmente nel mese di aprile da Fashion Revolution. Secondo Jarlgaard, quello che ci porterà davvero a cambiare il nostro atteggiamento nei confronti degli abiti che indossiamo è proprio la tecnologia: “Quando penso al mondo della moda, mi rendo conto che non sappiamo più dove e come sono fatti i capi: abbiamo bisogno di rieducarci. La tecnologia potrà aiutarci a ricollegarci alle persone e ai luoghi coinvolti, e quell’informazione aumenterà le aspettative dei consumatori, facendo pressione sulle grandi aziende perché si adeguino”.

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