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Set 21, 2018

Ilva, perché il destino ambientale di Taranto peggiora con il nuovo accordo

Il patto siglato dal Governo con Arcelor Mittal aggrava nel complesso la situazione, ma sopratutto traccia un futuro incerto per la città pugliese

Ilva. Taranto. Il caso è chiuso. È chiuso il contratto di concessione della più grande, e inquinante, acciaieria italiana, con un accordo che ai tarantini non è andato giù, al punto che sono immediatamente scesi in piazza. Alle promesse di riduzione dell’impatto ambientale, se non della chiusura, infatti, il Governo ha fatto seguire un sostanziale proseguimento delle attività in un contesto di continuità con le politiche dei governi precedenti, se non peggio. Certo l’equazione da risolvere nel caso Ilva è complessa. Da un lato c’è l’economia, con i circa 11.000 dipendenti dell’acciaieria, dall’altro c’è la contabilità dell’inquinamento. Taranto è la città con la più bassa aspettativa di vita della Regione -mentre in passato era quella che aveva la aveva più alta – e con un 54% in più di tumori infantili rispetto al resto della Puglia. Ogni anno, inoltre, a oltre 1.000 tarantini viene diagnosticato un tumore, tra i due e i tre al giorno.

Una tenaglia nella quale i tarantini vivono da quando sono emersi i dati sanitari relativi agli stabilimenti e che spesso, troppo spesso, si sono voluti negare. Taranto è l’emblema di un paradigma molte volte negato in Italia. Quello della contrapposizione tra ambiente e salute che è stato “risolto” spesso per via indiretta e non per una maggiore repressione dell’inquinamento. L’Acna di Cengio, la Caffaro di Brescia, la Snia di Colleferro nella Valle del Sacco, la Stoppani di Genova e l’Eternit di Casale Monferrato, solo per citarne alcune, sono realtà produttive che hanno finito d’inquinare attivamente, visto che in molti casi le bonifiche sono ancora da fare, per una sostanziale vetustà industriale o di mercato. Ossia hanno chiuso, non sono state chiuse per inquinamento.

Molti altri impianti ad alto impatto ambientale, come il polo chimico di Priolo o le raffinerie della Sardegna, invece, sono tuttora in funzione, ma si stanno adeguando al cambiamenti della legislazione ambientale che è avvenuto negli ultimi trenta anni, eccetto uno: l’Ilva di Taranto. Sono innumerevoli, infatti, i decreti “salva Ilva” che si sono susseguiti negli anni, per consentire all’acciaieria di proseguire la produzione con aggiustamenti minimi sul fronte ambientale, mentre la legislatura nazionale progrediva.

Una storia fatta di decreti “salva Ilva”. Ben 12 in 6 anni

Dal 2012 a oggi sono circa dodici i decreti “salva Ilva”. Ma nel 2010 l’allora ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, sospese, per due anni, il limite del benzo(a)pirene, sostanza inquinate che è stata tra le prime ad essere considerata cancerogena, perché a Taranto nel quartiere Tamburi si era sforato il limite e secondo l’Arpa la responsabilità era della cokeria dell’Ilva. Da allora è stato un susseguirsi di provvedimenti simili, ma vediamo ora cosa c’è nel provvedimento deciso dal Governo, tenendo conto che gli allegati industriali e ambientali al momento della chiusura dell’articolo sono secretati, fatto questo che in una vertenza delicata come questa non dovrebbe accadere.

Alessandro Marescotti: Ecco perché è un accordo peggiorativo

Quello attuale, secondo Alessandro Marescotti, ambientalista storico di Peacelink, sarebbe un accordo peggiorativo sul fronte ambientale perché: «per aumentare la produzione, Arcelor Mittal (la compagnia indiana che gestirà l’Ilva) non deve prima adempiere a tutte le prescrizioni per la messa a norma degli impianti. Basta che dimostri – con stime puramente virtuali – che le emissioni convogliate risultino non aumentare all’aumento della produzione».

Gli allegati industriali e ambientali al momento della chiusura dell'articolo sono secretati

E si parla di emissioni convogliate, ossia di quelle gestibili attraverso scarichi e non di quelle diffuse che sono emesse dagli impianti più problematici. «Non è necessaria, nel nuovo allegato la copertura dei parchi minerali, la messa a norma della cokeria, del Grf (Gestione rottami ferrosi), etc. In altri termini – prosegue Marescotti – non è prevista la messa a norma degli impianti più pericolosi che generano emissioni diffuse e fuggitive. Le emissioni convogliate non sono il vero problema».

Progetto di copertura dei parchi minerari

E poi c’è la questione dei filtri. Nel piano ambientale del Governo precedete erano presenti filtri Meros della Siemens, già installati a Linz in Austria, nello stabilimento siderurgico della Voestalpine, mentre quelli che installerà Arcelor Mittal sono i “filtri ibridi” più economici dei Meros. E ciò potrebbe portare a non raggiungere gli obiettivi originari del piano ambientale. «A essere precisi gli attuali filtri del camino E-312 sono in grado di abbattere le polveri fino a 6 mg/m3, mentre i nuovi filtri ibridi garantiscono l’abbattimento delle emissioni di polveri fino ai 20 mg/m3», prosegue Marescotti. In pratica, se le cose stanno, così a Taranto non ci sarebbe alcun sostanziale taglio delle polveri.

Legati al mercato

Ed è indicativa anche la questione relativa alla produzione. Se la nuova proprietà  trasmetterà “l’idonea documentazione che certifichi che l’aumento della produzione garantirà che le emissioni convogliate di polveri rimarranno entro i limiti annuali post adeguamento in flusso di massa autorizzati dall’AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale)”, si legge nell’unica parte dell’allegato ambientale che siamo riusciti a visionare, potrà arrivare a 8 milioni di tonnellate d’acciaio prodotte ogni anno, mentre in assenza di questa trasmissione ci si deve fermare a 6 milioni. Già ma nel 2016 l’Ilva era a 5 milioni, mentre nel 2017 la produzione è stata di 4,8 milioni di tonnellate.

Progetto di copertura dei parchi minerari

Una produzione aggiuntiva, fino a 6 milioni, potrebbe essere realizzata senza fare nulla, oggi e nei prossimi anni. I miglioramenti ambientali, e solo sulle emissioni convogliate – ossia quelle che escono dai camini – dovranno essere introdotti se si vorrà arrivare a 8 milioni di tonnellate. Il cambio di combustibile dal carbone al gas naturale (meno inquinante e meno climalterante) è obbligatorio “verificate le relative condizioni di sostenibilità tecnica e ambientale”, recita l’allegato, solo per andare oltre le 8 milioni di tonnellate – la capacità massima dell’Ilva di Taranto è di 10 milioni di tonnellate – e si tratta di un capitolo già presente nella bozza d’accordo precedente.

Progetto di copertura dei parchi minerari

In sintesi il piano del Governo precedente prescriveva la messa a norma di tutti i primi sei milioni di tonnellate di produzione per poter passare all’incremento di produzione tra i 6 e gli 8 milioni – quantità che aumenta il rischio cancerogeno per il quartiere Tamburi e che secondo Arpa Puglia è già in questo caso inaccettabile, . Con il nuovo piano non è necessaria la completa messa a norma dei primi sei milioni, per cui l’aumento di produzione successivo rappresenta un ulteriore incremento del rischio cancerogeno.

Tradotto: il danno ambientale e sanitario a Taranto rischia di aumentare pericolosamente con l’incremento della produzione, ossia dalle esigenze industriali e di mercato. Chiaro che i cittadini di Taranto siano scesi in piazza all’annuncio dell’accordo.

Non è prevista la messa a norma degli impianti più pericolosi che generano emissioni diffuse e fuggitive
Alessandro Marescotti

E anche Legambiente di Taranto è critica. «Non è previsto che in caso di superamento delle attuali emissioni (peraltro relative ad impianti ancora da assoggettare agli interventi previsti dal Piano Ambientale) non venga rilasciata l’autorizzazione a superare il limite alla produzione di 6 milioni di tonnellate annue, né c’é alcun riferimento alle emissioni diffuse e fuggitive, che pure hanno un peso rilevante nell’inquinamento prodotto dallo stabilimento siderurgico – sostengono da Legambiente Taranto – Chiediamo perciò la valutazione preventiva di impatto ambientale e sanitario».

La copertura dei parchi minerari che provocano nelle giornate di vento flussi di polveri verso la città, specialmente verso il quartiere Tamburi è stato accelerato di sei mesi e dovrebbe essere finita per il 2020. Un accelerazione ulteriore con ogni probabilità non era possibile visto che già nel 2017 il precedente Governo aveva ottenuto un’anticipazione di tre anni e i lavori sono partiti il 1 febbraio 2018. E la superficie dei parchi minerari è enorme. Sono due strutture metalliche alte 80 mt, larghe 254 mt, lunghe 700 mt, un’area coperta di 355.600 m2, il corrispettivo di 56 campi di calcio, il tutto per un peso di 60.000 tonnellate.

Immunità penale

Oltre tutto ciò c’è anche la questione dell’immunità penale. Visto che il livello di irregolarità esistenti o possibili è elevato nel 2015, durante la gestione commissariale dell’Ilva il governo dell’epoca con il Decreto-Legge 5 gennaio 2015, n. 1 all’Art. 2 scrisse: «Le condotte poste in essere in attuazione del Piano di cui al periodo precedente non possono dare luogo a responsabilità penale o amministrativa del commissario straordinario e dei soggetti da questo funzionalmente  delegati,   in quanto costituiscono adempimento delle migliori regole preventive in materia ambientale, di tutela della salute e dell’ incolumità pubblica e di sicurezza sul lavoro”.

Chiediamo la valutazione preventiva di impatto ambientale e sanitario
Legambiente Taranto

Si trattava della gestione commissariale transitoria e, forse, qualche ragione di esistere questo comma lo aveva, ma le cose cambiarono in maniera radicale un anno dopo, nel 2016, e con il Decreto-Legge 9 giugno 2016, n. 98 arrivò ciò che i tarantini giudicano la vera vergogna. Fu fatta un’aggiunta propedeutica alla cessione ai privati. Al comma 6 del decreto del 2015, infatti, dopo le parole: «del commissario straordinario» furono inserite le parole: «, dell’affittuario o acquirente» e le parole: «da questo funzionalmente delegati» furono sostituite con: «da questi funzionalmente delegati».


Poche parole per assicurare l’immunità di fronte alle responsabilità nella conduzione industriali da parte di privati. Privati che oltretutto hanno ribadito ciò. Peacelink, infatti, durante l’incontro del 30 luglio al ministero dello Sviluppo Economico, presente il ministro Luigi di Maio, ha registrato la dichiarazione di Geert Van Poelvoorde, vice presidente esecutivo di Arcelor Mittal che rispondendo alle domande delle associazioni ha detto: «Vogliamo semplicemente essere certi che le nostre persone, che la nostra direzione di impresa e il nostro management venga protetto nel momento in cui verrà in Italia a implementare questo piano. Pensate che io sia in grado di convincere il nostro management e i nostri ricercatori a venire qui e a dare una mano all’Ilva quando qualcuno dal primo giorno gli dice attenti perché appena arrivati in Italia vi mettiamo in galera?». E l’immunità penale è rimasta, identica, anche nell’ultima versione dell’accordo.

Futuro incerto

Ma il vero problema è il futuro di Taranto che nel dibattito non è stato nemmeno sfiorato, nemmeno nelle ultime fasi gestite dal Governo M5S/Lega. E sono parole dure quelle di Marescotti, che di professione è docente di materie umanistiche, italiano e storia, presso l’istituto tecnico Augusto Righi di Taranto, dove si forma il personale tecnico che in futuro dovrebbe lavorare all’Ilva. «Taranto è in forte declino. I giovani le cui famiglie hanno disponibilità economiche vanno a studiare fuori e non tornano una volta finiti gli studi. – ci dice Marescotti – Non si vede alcun piano per il futuro della città e il mantenimento dell’occupazione all’Ilva è un’illusione». Già perché oggi lavorano macchine inquinati degli anni sessanta che necessitano di una grande quota di manodopera, ma se si dovessero ristrutturare radicalmente gli impianti, demolendo quelli vecchi e realizzandone di nuovi e meno inquinanti la manodopera calerebbe radicalmente. Basta vedere ciò che è successo in Austria nel nuovo stabilimento della Voestalpine per acciai speciali – produzione da 0,5 milioni di tonnellate l’anno – dove gli addetti sono solo 14 per via dell’automazione legata a Industria 4.0.

Nel frattempo a Taranto si continua a morire. È del 6 settembre 2018 la notizia del suicidio di un padre che non ha retto la morte dell’unica figlia di nove anni. Certo potrebbe non essere causa dell’inquinamento dell’Ilva questo specifico caso di leucemia, ma con il 54% in più di tumori infantili in città la probabilità che lo sia è alta. Molto alta.

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