Bilanci di sostenibilità: il lato b delle aziende (di cui i consumatori sanno poco) - Impact
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Ultimo aggiornamento il 18 giugno 2018 alle 9:50

Bilanci di sostenibilità: il lato b delle aziende (di cui i consumatori sanno poco)

Una indagine del Centro studi Codacons-Comitas accende una luce sull'impegno delle imprese su ambiente, salute, territorio, cultura e sport. Ogni anno si spendono 3,9 miliardi

I bilanci di sostenibilità delle imprese? I consumatori italiani li bocciano perché, così come sono fatti, non sono abbastanza trasparenti, sono poco confrontabili e purtroppo non servono poi molto alla diffusione della cultura della sostenibilità. Di questo, e molto altro, parla la ricerca coordinata da Francesco Tamburella battezzata Alla scoperta della sostenibilità–Consumatori protagonisti effettuata dalla Markonet per il Centro studi Codacons-Comitas. I risultati sono stati presentati oggi a Roma allo Stadio di Domiziano di fronte una vasta platea di imprese fra cui, oltre al ministro delle Infrastrutture e a Invitalia, nomi come Eni, Enel, Generali, Unipol e Intesa San Paolo oltre a diverse adesioni fra cui quella del Gruppo Atlantia e di Poste Italiane.

Sei imprese in particolare (Eni, Banca Mediolanum, Mercedes Benz Italia, Sias Gruppo Gavio, Terna e Tetra Pak) hanno anche presentato i loro case study elaborati con Markonet, per dimostrare come sia possibile comunicare la sostenibilità in maniera più efficace e renderla pienamente accessibile ai consumatori.

Che cos’è il bilancio di sostenibilità

Ma che cos’è il bilancio di sostenibilità? Un documento che si rivolge a tutti gli stakeholder o portatori di interesse, cioè a tutti coloro con cui un’impresa stessa entra in contatto. Viene pubblicato ogni anno in base alle linee guida condivise a livello internazionale riportando, fra l’altro, le emissioni di gas serra, l’impronta idrica, il consumo di energia e le politiche lavorative. La direttiva europea 2014/95/UE, recepita formalmente dall’Italia alla fine del 2016, stabilisce infatti che le organizzazioni dovranno rendere noto ogni anno le loro politiche in questi ambiti oppure dovranno spiegare il motivo del loro rifiuto a divulgarle. Una norma che tocca solo alle imprese europee di interesse pubblico o con più di cinquecento dipendenti e il cui bilancio soddisfi determinati criteri stabiliti dalla legge. Ma negli anni l’abitudine si è allargata perché molte imprese sono oramai interessate a rendere il loro bilancio di sostenibilità accessibile e gradito ai consumatori. In sostanza, per raccontare bene e accreditare il proprio lavoro nei confronti del territorio, dell’ambiente e della società.

L’indagine ha preso in esame 160 bilanci (che solo il 49% delle imprese presenti in Italia divulga sul proprio sito web), intervistato 96 corporate social responsibility manager che si occupano di sostenibilità per il cambiamento e ha elaborato gli esiti di un’analisi online su blog, newsletter, newsgroup, wiki, club, forum, mailing list. La seconda fase ha coinvolto 3.500 consumatori che hanno detto la loro su quei bilanci in base a una serie di parametri illustrati nel corso di sette focus mutidisciplinari. Infine è stato chiesto ad una campione di 150 enti che svolgono attività non finanziarie definite quali canali di contatto abbiano utilizzato per ottenere sponsorizzazioni dalle imprese.

I consumatori non capiscono

I risultati ottenuti parlano chiaro: le aspettative dei consumatori non ne escono soddisfatte. Questi vorrebbero invece che il bilancio di sostenibilità fosse un mezzo per conoscere con semplicità e trasparenza anche quella vita aziendale ignorata dal bilancio di esercizio, oltre che una comunicazione semplificata e un equilibrio nel rapporto fiduciario tra impresa e consumatore. Anche perché il bilancio dovrebbe servire anche e soprattutto a sensibilizzare i consumatori a preferire imprese che creano valori condivisi, quindi rivolti non solo a vantaggi economico-finanziari ma anche al territorio e alla società, dall’ambiente alle istituzioni.

Investimenti; 3,9 miliardi nella csr

Venendo ai fondi, nel 2016 (ultimo anno utile preso in esame) gli investimenti in questo settore sono stati così ripartiti: 1,25 miliardi di euro per le infrastrutture (normalmente riferite al territorio in cui opera l’impresa), 1,20 miliardi di euro per salute e benessere (investimenti legati all’operatività dell’impresa prevalentemente sui dipendenti), 810 milioni di euro per lo sport (di cui 320 milioni solo per il calcio e 92 milioni per gli altri sport federati), 330 milioni per la solidarietà e, fanalino di coda, 310 milioni per la cultura. Quindi su un Pil (anno 2016) di 1.573,89 miliardi di euro, la percentuale degli investimenti di attività non finanziarie per la sostenibilità è stato per le imprese di 3,90 miliardi, cioè lo 0,25%.

Da questi dati si evince fra l’altro che agli sport minori organizzati, quelli che interessano invece il maggior numero di consumatori in termini di partecipazione effettiva, arrivano le briciole. Il modello sport, rispetto alle sue potenzialità, è quello che meno riesce ad entrare in sintonia con la missione e la visione delle imprese.

Situazione analoga è quella delle iniziative di solidarietà: secondo lo studio raramente entrano in linea con le caratteristiche delle sponsorizzazioni e rimangono confinate in una sorta di mecenatismo della beneficenza. Fanno cioè fatica a entrare in armonia con i percorsi imprenditoriali della sostenibilità. La cultura, che interessa una platea dieci volte inferiore a quella dello sport, vanta paradossalmente, malgrado un basso investimento, il rapporto spesa/utente più alto.

Come migliorare i bilanci

I bilanci di sostenibilità potrebbero dunque trovare utilità facilmente percepita dal consumatore facendo riferimento ai 12 indicatori di benessere equo e sostenibile sviluppati dall’Istat. Alla domanda su quale dei 12 indicatori delle dimensioni del benessere siano ritenuti più significativi alle aspettative, i consumatori hanno messo al primo posto il benessere economico, al secondo la salute, al terzo il lavoro, al quarto la sicurezza, ultimo in assoluto politica ed istituzioni.

Certo, l’immagine dell’azienda è importante ma le scelte dei consumatori rimangono comunque influenzate per il 46% dal prezzo, per il 38% dalla qualità del materiale e solo per il 16% dal profilo dell’impresa o dalla pubblicità. Il 56% degli intervistati crede tuttavia con forza nella sostenibilità come matrice di sviluppo economico, il 44% sostiene che le attività non finanziarie adottate dalle imprese concorrano al benessere diffuso, il 36% anche allo sviluppo sostenibile.

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La richiesta che ne esce è quindi quella di poter essere indirizzati verso scelte consapevoli, di poter accedere alla conoscenza del bilancio di sostenibilità in maniera semplice, decodificata, veicolata con rapidità attraverso anche nuovi strumenti come la “lettera al consumatore”, mezzo sintetico e social, adatto a ogni fascia di età e di cultura.

Tra le innovazioni, la ricerca presenta infine anche il programma di promozione Social Set con cui gestire sia l’informazione che la contro-informazione web con una rete multipolare gestita di native influencer, consumatori esperti, riconosciuti tale solo dopo una loro attività di interazione indipendente costruita in rete. Native, appunto, perché “figli” della rete, influencer perché accreditato e credibile sul pubblico.

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