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Set 15, 2018

Affidamento dei figli e abolizione dell’assegno di mantenimento: perché il ddl Pillon rischia di creare altra povertà. L’analisi dell’avvocato

Lo spirito che dovrebbe animare la legge sarebbe quello della bigenitorialità perfetta, ma molti criticano il progetto di riforma firmato dal senatore leghista sostenendo che vada contro gli interessi dei bambini

Una perfetta equiparazione tra mamma e papà dopo la rottura del matrimonio. Per evitare litigi e soprusi. Per evitare, soprattutto, quelle pericolose situazioni di povertà causata proprio dalle separazioni e i divorzi. Sarebbe questa la base logica su cui è stato costruito il disegno di legge Pillon (dal nome del primo firmatario, il senatore leghista Simone Pillon) che mira a riscrivere le regole in tema di affidamento condiviso dei minori in modo così rigoroso da apparire quasi redatto da re Salomone in persona. Tutto bene, dunque? No: perché come la storia e la Bibbia insegnano, anche la parità ha i suoi eccessi e le decisioni salomoniche difficilmente rispondono a esigenze di pragmatismo e benessere concreto. StartupItalia! ha voluto vederci chiaro chiedendo un parere all’avvocato Giovanni Maria Ferrando, del Foro di Imperia, per capire le novità apportate dalla novella legislativa appena approdata in Senato.

Cosa si intende con bigenitorialità perfetta

“Con il ddl 735, relatore Pillon, si vuole incentivare il ricorso alla mediazione familiare col fine di diminuire il contenzioso giudiziario”, spiega il legale. “La riforma – continua l’avvocato Ferrando – ha principalmente due capisaldi: affido e assegno di mantenimento che, secondo la proposta di riforma verrebbe sostituito dal mantenimento diretto; in particolare si punta alla centralità della figura del mediatore familiare in caso di separazione con figli minori, e a un affido realmente condiviso tra mamma e papà secondo il criterio della cosiddetta bigenitorialità perfetta. Si è proposta la sostituzione dell’assegno con il mantenimento diretto, nella relazione si precisa che: trascorrendo il minore tempi sostanzialmente equipollenti con ciascuno dei genitori, è molto più agevole per questi ultimi provvedere direttamente alle esigenze della prole.”

Perché rischia di svantaggiare soprattutto le donne

Come fa notare l’avvocato Giovanni Maria Ferrando, la ratio dell’intervento legislativo è quello di esprimere al meglio concetti che finora sono rimasti solo su carta. Tra questi, una equiparazione quasi matematica dei coniugi. Ma le buone intenzioni del legislatore rischiano però di tramutarsi in un boomerang per un nutrito gruppo di persone, soprattutto per quelle economicamente svantaggiate. Prendiamo, per esempio, il Sud d’Italia, dove la percentuale di donne che non lavora è altissima e sfiora quasi il 50%: come si potrebbe chiedere a costoro, dopo la rottura del matrimonio, di trovarsi velocemente una occupazione? E come si può sostenere che il fifty-fifty dell’affido (con il rischio che il figlio diventi un “pacco” che i genitori si scambiano di continuo), possa sostituire forme di sostentamento quale il vecchio assegno di mantenimento a favore del figlio, soprattutto nei casi in cui uno dei due genitori è disoccupato o ha lavori saltuari? Non a caso, come abbiamo riportato ieri, sono già ben oltre 30.000 (e crescono ogni secondo) le firme raccolte dalla petizione promossa dalla associazione D.i.Re Donne in rete contro la violenza su Change.org per chiedere il ritiro del disegno di legge Pillon.

Perché è comunque importante intervenire

Il tema della mancata equiparazione dei coniugi, però, esiste sul serio, anche se la toppa del legislatore rischia di essere peggiore del buco che deve ricucire. Come sottolinea il legale interpellato da StartupItalia!: “Nella relazione illustrativa ci si focalizza sulla riforma del 2006 sull’affido condiviso in quanto l’istituto non si è mai realizzato concretamente, si sottolinea infatti che in Italia l’affido materialmente condiviso riguarda solamente il 3 – 4% dei minori, tasso fra i più bassi al mondo”. “L’affidamento condiviso di cui alla legge n. 54/2006 – ricorda l’avvocato Ferrando – prevedeva espressamente che l’affidamento fosse, di regola, disposto a favore entrambi i genitori, mentre l’affidamento all’uno o all’altro genitore avrebbe dovuto essere un’eccezione, attuata nei soli casi in cui l’affidamento condiviso sia pregiudizievole per i figli (minori), contrastando con il loro interesse morale e materiale. Il principio cardine che aveva portato alla emanazione della Legge n. 54/2006 era stato rappresentato principalmente dal diritto dei figli minori, in caso di separazione dei genitori, di mantenere i rapporti con entrambi i genitori e con i rispettivi parenti”.

Ce lo chiede l’Europa?

“Con l’attuale riforma – illustra il legale – si vuole dare attuazione alla risoluzione 2079/2015 del Consiglio d’Europa, che invitava gli Stati membri ad adottare normative che assicurino l’effettiva parità dei genitori nei confronti dei figli e consigliava l’introduzione del principio della doppia residenza o del doppio domicilio dei figli in caso di separazione, limitando le eccezioni ai casi di violenza domestica, abuso sessuale, trascuratezza, indisponibilità di un genitore o inadeguatezza degli spazi incoraggiando in ogni caso la mediazione all’interno delle procedure giudiziarie in materia famigliare relativamente ai minori“. Il rischio, però, è che la normativa introdotta dal ddl Pillon crei nuove forme di povertà, che andranno ad affiancarsi a quelle già causate dal sistema attuale di gestione della rottura del matrimonio, sovente a sfavore del marito. E lo scopo della risoluzione comunitaria non è certamente quello.

Chi è (e cosa fa) il mediatore famigliare

“Figura cardine di questa riforma Pillon – dice l’avvocato Ferrando proseguendo nella disamina del testo – è il mediatore famigliare, si vuole introdurre di introdurre la mediazione civile obbligatoria quale meccanismo di Alternative dispute resolution (ADR) volto ad evitare il contenzioso giudiziario”. E cosa fa?  “All’articolo 1 si istituisce e regolamenta la funzione pubblica e sociale della professione del mediatore familiare, stabilendo i requisiti per l’esercizio di tale professione, all’articolo 2 si sancisce l’obbligo di riservatezza per segreto professionale, stabilendo anche che gli atti e i documenti del procedimento di mediazione non possano essere esibiti nei procedimenti giudiziali, ad eccezione dell’accordo sottoscritto dal mediatore, dalle parti e dai rispettivi legali”.

Un dissuasore della separazione?

Anche in questo caso non mancano i profili di criticità, che possono essere di due ordini: economici e morale. Per ciò che concerne il primo, il mediatore sarà un professionista, iscritto in un apposito albo e, dunque, come è giusto che sia, andrà pagato. Certo, il ddl impone la gratuità della prima seduta e, certo, sono previste tabelle ministeriali che fisseranno minimi e massimi rigidi cui i mediatori dovranno obbligatoriamente attenersi, ma ce n’era davvero bisogno? Separazione e divorzio sono già oggi momenti parecchio critici per la situazione patrimoniale di una famiglia: aggiungere al legale una ulteriore figura professionale rappresenta un aggravio della spesa.

Per quanto riguarda il profilo morale, si ha il sospetto che il mediatore sia stato previsto con un solo scopo: dissuadere le coppie dai loro intenti. Anche quando ciò è impossibile perché la situazione tra i coniugi è così deteriorata da rendere impossibile la prosecuzione del rapporto matrimoniale. Si può dunque facilmente obiettare che non abbia altra funzione se non frapporre un inutile e dispendioso ostacolo sulla via della separazione, tanto più considerato che la legge impone già oggi al giudice di esperire comunque il tentativo di conciliazione. In questo caso, a fronte della sparizione dell’assegno di mantenimento e delle ricadute economiche del nuovo iter giudiziario sulla situazione patrimoniale dei coniugi, si può inoltre paventare il rischio della proliferazione di separazioni di fatto al posto di quelle giuridicamente vincolanti, con tutto il caos che ne potrebbe conseguire. Del resto, lo stesso Pillon alla Stampa ha ammesso: «L’obbligo per il giudice di cercare la conciliazione prima della separazione esiste già e la legge lo conserva. Certo, a me piacerebbe offrire a chi pensa di divorziare degli incentivi per non farlo. Ma sarà un passaggio ulteriore».

Che cos’è il piano genitoriale

“Nel piano genitoriale – prosegue l’avvocato Ferrando – dovrà essere indicata anche la misura e la modalità con cui ciascuno dei genitori provvede al mantenimento diretto dei figli, sia per le spese ordinarie sia per quelle straordinarie, anche attribuendo a ciascuno specifici capitoli di spesa, in misura proporzionale al proprio reddito e ai tempi di permanenza presso ciascun genitore secondo le esigenze indicate nel piano genitoriale, considerando sempre le esigenze del minore, il tenore di vita goduto dal figlio in costanza di convivenza con entrambi i genitori, i tempi di permanenza presso ciascun genitore, le risorse economiche di entrambi i genitori e la valenza economica dei compiti domestici e di cura assunti da ciascun genitore. Si sancisce infine che, ove le informazioni di carattere economico fornite dai genitori non risultino sufficientemente documentate, il giudice possa disporre un accertamento della polizia tributaria sui redditi e sui beni oggetto della contestazione, anche se intestati a soggetti diversi”.

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Neppure in questo caso, il ddl Pillon sembra essere esente da facili critiche: non può essere un algoritmo a stabilire, in base a dati matematici, una tabella fatta di compiti ben precisi in capo a entrambi i coniugi. Sarebbe come se fosse un computer a regolare la vostra vita, il vostro rapporto di lavoro, il rapporto che avete con i famigliari. Finora i magistrati avevano la possibilità di intervenire caso per caso, avendo come stella polare il benessere dei figli ma, con il ddl Pillon, il rischio è quello di regolamentare questioni complesse tramite moduli standard precompilati, che non tiene affatto conto delle esigenze pedagogiche del minore, schiacciate dalla volontà di attuare soluzioni salomoniche. E l’imparzialità di Salomone, si sa, era talmente rigida che lo portava a tagliare a metà i bambini pur di soddisfare le richieste di entrambe le parti.

Il senatore Pillon

Chi è il senatore Pillon. Dalla caccia alle streghe ai soldi per non abortire

Bresciano, 47 anni, avvocato cassazionista, il senatore della Lega Simone Pillon è finito nell’occhio del ciclone mediatico proprio perché primo firmatario di un disegno di legge tanto discusso. In realtà, non è la prima volta che finisce agli onori delle cronache per dichiarazioni sopra le righe. Si era parlato di lui, per esempio, quando aveva denunciato l’esistenza di «una lobby gay che punta al reclutamento omosessuale» e quando aveva dichiarato, sulla sua pagina Facebook che nelle scuole di Brescia«dopo il Gender, sono arrivati a imporre la stregoneria, ovviamente all’insaputa dei genitori», con la promessa che appena insediato avrebbe fatto: «una interrogazione parlamentare su questa vergognosa vicenda, perché è la Costituzione a garantire il diritto dei genitori, e solo dei genitori, a educare i propri figli». Purtroppo per i giornalisti che già fiutavano lo scoop, nelle scuole bresciane non si aggirano fattucchiere e non vengono fatte messe nere. Come spiegò infatti la dirigente scolastica Sabina Stefano all’Espresso, si trattava di un «progetto interculturale promosso dalla biblioteca civica e finanziato dal Comune, deliberato dal consiglio d’istituto e presentato ai genitori in cui si raccontano “Le Fiabe e racconti dal mondo” dall’Afghanistan al Pakistan. L’obiettivo era la conoscenza di cultura altra rispetto quella occidentale, importante per il futuro dei bambini».

Non contento, il neo-senatore leghista in questa settimana, pungolato da un giornalista della Stampa ha rilasciato alcune dichiarazioni così discutibili che riportiamo per intero: “Facciamo un gioco – ha chiesto il collega – Pillon dittatore d’Italia. Che fine fa l’aborto? «Noi sosteniamo la vita e dunque dobbiamo convincere ogni donna a tenere il suo bambino». E se vuole abortire? «Le offriamo somme ingentissime per non farlo». E se vuole ancora? «Glielo impediamo»”. Per poi confessare: «Vorrei introdurre in Italia il “convenant marriage” americano: una forma di matrimonio indissolubile». Chi avversa il ddl potrebbe obiettare che il pensiero del senatore Pillon sul matrimonio senza fine (come l’ergastolo) lo si può intuire anche dal tenore della proposta di riforma che ha depositato.

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