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Set 18, 2018

Dieselgate 3 anni dopo: i motori inquinanti circolano ancora. Ue indaga su Bmw, Vw e Daimler

Secondo uno studio, tre anni fa in strada 29 milioni di veicoli "sporchi". Oggi sarebbero 43 milioni. E Cittadini per l'Aria va all'attacco di Fiat

Sono passati tre anni da quel Dieselgate che ha fatto tremare l’industria automobilistica europea. Cosa è cambiato? Sicuramente tanto, almeno sul fronte degli investimenti green delle varie case. Ma quelli riguardano il futuro e – diranno i maligni – rischiano di restare semplici dichiarazioni di intenti. Davvero poco, invece, sembra essere mutato sul versante di ciò che oggi circola sulle nostre strade. I modelli “pirata”, sono rimasti nel traffico e i loro effetti sarebbero sempre più visibili, almeno secondo diversi studi branditi come arma dalle associazioni a difesa dell’ambiente. Ma andiamo con ordine.

Dieselgate, cosa è accaduto

Il dieselgate esplode esattamente tre anni fa, il 18 settembre del 2015. A dare fuoco alle polveri l’Agenzia americana per la protezione ambientale che denuncia pubblicamente il Gruppo Volkswagen accusandolo di avere installato, dal 2009 al 2015, un software per aggirare le normative ambientali sulle emissioni di ossido di azoto (NOx) dei diesel. Nel mirino gli Euro 4 e Euro 5 di Volkswagen, Audi, Seat e Skoda. La reazione degli USA è pesantissima: Washington chiede di riprogrammare mezzo milione di auto (alla fine dello scandalo, in tutto il mondo saranno 11 milioni, 800mila solo in Europa). Dopo un iniziale imbarazzo, la casa tedesca invia le prime lettere ai possessori dei modelli incriminati.

Per il Gruppo danni da 20 miliardi di dollari

Il 23 settembre 2015 un avvenimento scuote dal torpore VW, caduta in stato catatonico e apparentemente incapace di rispondere alle accuse: l’amministratore delegato Martin Winterkorn è costretto a capitolare. Le sue scuse sono una dichiarazione di resa: il Dieselgate costerà a Volkswagen 20 miliardi di dollari, oltre 18 miliardi di euro.

E i guai non sembrano finire

Potremmo essere ancora lontani dall’archiviazione del Dieselgate, visto che proprio il 18 giugno scorso la polizia tedesca ha fermato l’amministratore delegato di Audi, Rupert Stadler, accusato di frode, ma anche di false dichiarazioni e omissioni. È notizia di oggi, 18 settembre (il 18 inizia a essere un numero sfortunato per le tedesche), nel giorno dell’anniversario del Dieselgate, che la Commissione Ue ha aperto un’indagine formale per valutare se BMW, Daimler e il Gruppo VW (Volkswagen, Audi, Porsche) si sono accordate, violando le regole comunitarie, per evitare di farsi concorrenza nello sviluppo della tecnologia per pulire le emissioni di benzina e diesel delle auto.

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“Se confermata, la loro collusione potrebbe aver negato ai consumatori l’opportunità di comprare auto meno inquinanti, nonostante la tecnologia disponibile ai produttori”, ha detto la commissaria alla concorrenza Margrethe Vestager.

Se il Dieselgate si è allargato a macchia d’olio, arrivando a lambire anche Fca e Renault-Nissan, la maggior parte dei suoi riverberi sembrano essersi fermati alle sole dichiarazioni di intenti delle varie case automobilistiche che ai propri investitori hanno promesso un serio impegno sullo sviluppo di motori green a emissioni zero o quasi. Senza, insomma, non avremmo probabilmente avuto una simile accelerazione. D’altra parte, però, i diesel fuori norma continuerebbero a circolare indisturbati per le nostre città.

“Attenzione ai modelli Fiat 500X, Alfa Romeo Giulietta e Jeep Renegate”

Lo denuncia Cittadini per l’aria Onlus. Secondo il presidente dell’associazione, Anna Gerometta: “È indispensabile che il Governo italiano si attivi effettuando al più presto le necessarie verifiche e i richiami dei veicoli in circolazione dato che, fra l’altro, il motore risultato più inquinante in assoluto in base all’elenco dei test effettuati a livello europeo e che vengono riportati da TRUE Initiative è un motore Fiat Chrysler che ha emissioni pari a 1485 mg/km”.

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“Questo motore – continua Gerometta – è montato, per esempio, sulla Fiat 500X, sull’Alfa Romeo Giulietta, e la Jeep Renegade, veicoli omologati in Italia e dei quali pullulano le nostre strade. A pochi giorni dalla scoperta che le emissioni del traffico attaccano la placenta e modificano la struttura del cuore risulta evidente che non si può attendere oltre”.

I motori inquinanti continuano ad aumentare?

Ma ciò che più sconforta è che, secondo almeno lo studio pubblicato da Transport & Environment (T&E) – la federazione europea delle associazioni per la mobilità – quando lo scandalo Dieselgate è scoppiato nel 2015 c’erano 29 milioni di automobili diesel gravemente inquinanti in strada. Dopo tre anni, il numero di auto ‘sporche’ sulle strade europee è ancora in aumento. Questo rapporto stima che ammontino ora a 43 milioni di veicoli. Fra questi: 8,7 milioni in Francia; 8,2 milioni in Germania; 7,3 milioni nel Regno Unito e 5,3 milioni in Italia.

Auto progettate più per superare il test che per non inquinare

Lo scenario è poco confortante anche per quanto riguarda i modelli Euro 6 conformi al nuovo standard RDE (Real Driving Emissions): “Nuovi test di T&E mostrano che una Honda Civic diesel del 2018 rispetta il limite per i NOx [ossidi di azoto, NdR] quando viene guidata nel contesto dei test previsti dalla legge, ma le emissioni tossiche aumentano di 9 volte quando viene guidata su strade di collina, o con accelerazioni più tipiche e velocità più rapide che sono rappresentative di una guida normale. Allo stesso modo, le emissioni di particolato di una Ford Fiesta sono risultate più che doppie rispetto al limite durante la guida tipica di un automobilista, nonostante l’auto fosse dotata di un filtro antiparticolato per benzina. Anche una Opel Adam a benzina è risultata avere emissioni di monossido di carbonio molto più elevate del limite. Le auto vengono progettate per superare un test normativo piuttosto che per avere emissioni ridotte in strada”.

Gli Euro 6? Non sono meglio degli Euro 2…

“Le emissioni medie di NOx delle auto diesel da Euro 2 a Euro 5 sono comprese tra i 1.000 mg/km e i 1.150 mg/km. L’introduzione del regolamento Euro 6 nel settembre 2014 ha oltre che dimezzato le emissioni di NOx che in media sono pari a 450 mg/km, ma queste sono, comunque, ancora 5 volte oltre il limite consentito. Questo indica che vietare i vecchi diesel non è né equo né giustificabile dato che molti modelli Euro 6, su strada, non sono meglio degli Euro 2. Il 10% delle peggiori auto diesel Euro 6 in circolazione contribuisce al 25% dell’inquinamento causato dai modelli Euro 6. Le città dovrebbero vietare tutti i modelli inquinanti piuttosto che adottare i divieti per classi Euro e, per farlo, utilizzare i dati del telerilevamento e il database dell’iniziativa TRUE”.

Sotto la lente anche i taxi

Lo studio presenta inoltre “un’indagine su oltre 1.300 taxi diesel in 8 città dell’UE per vedere quanto realmente utili siano i FAP [filtri anti-particolato], ai quali si attribuisce la capacità di eliminare la fuliggine dalle emissioni dei diesel. La ricerca ha dimostrato che circa il 4% delle auto Euro 5 e 6 produce emissioni di particolato elevatissime, nonostante i FAP siano obbligatori. Il solo 4% delle auto con emissioni di particolato non adeguatamente limitate comporta un aumento del 75% delle emissioni di particolato complessive dei veicoli diesel”.

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Veronica Aneris, rappresentante italiano di Transport & Environment, ha commentato: “I dati mostrati nel nuovo report sono sconfortanti. Le auto diesel sporche in circolazione continuano ad aumentare e la qualità dell’aria a peggiorare di conseguenza. Le nuovissime diesel Euro 6 in circolazione non sono pulite come i costruttori automobilistici vorrebbero farci credere. Uno shift verso la mobilità a zero emissioni è indispensabile ed urgente. Il Parlamento Europeo e il Consiglio sono chiamati, nelle prossime settimane, a esprimersi sulla proposta di regolamento per gli standard di CO2 di auto e furgoni post 2020. Hanno una grandissima responsabilità in questo senso e non possono permettere che la salute dei cittadini e del pianeta restino esposte a tali gravi rischi”. Tre anni dopo il Dieselgate, insomma, ben poco sembra cambiato.

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