Intimo etico e sostenibile: mutande da non lavare in tessuto green
single.php

Ultimo aggiornamento il 26 settembre 2018 alle 12:44

Le mutande? Non si lavano più, l’ambiente ringrazia e la vita sociale non ne risente grazie alla tecnologia spaziale

Con il cloruro d'argento cade il tabù del riutilizzo continuo. Si risparmiano 1,7 miliardi di tonnellate di CO2 immesse nell'ambiente

L’inquinamento non arriva soltanto dalle auto e dalle grandi fabbriche. Secondo il report Measuring Fashion citato dalla rivista Forbes, il 20% dell’acqua che risulta inquinata dalle varie attività industriali andrebbe addebitata al settore abbigliamento, grande motore di crescita per l’economia globale – senza dubbio – ma proprio per questo anche attore contro cui si possono imputare sprechi e danni all’ambiente. Le grandi firme cercano di correre ai ripari: ad esempio, c’è chi ha prodotto intimo green, sostenibile, responsabile. E comunque sexy.

Organic Basics, una etichetta danese specializzata nell’intimo, ha fatto dell’intimo sostenibile un vanto. Il cotone organico di mutande e reggiseni viene prodotto senza pesticidi o sostanze tossiche; similmente, anche il packaging dell’azienda obbedisce allo stesso principio di ridurre gli sprechi e facilitare il riutilizzo dei materiali con scatole e contenitori in plastica al 100% riciclabile.

Leggi anche: Bodygram: il sarto smart arriva via app

Sotto il vestito, l’intimo sostenibile

Ma l’inquinamento prodotto dai nostri vestiti non termina quando acquistiamo un pantalone o una maglietta. L’intimo – non andrebbe neanche sottolineato – va lavato. La questione è la quantità dei lavaggi, a volte troppo frequente, con conseguenze sia sulla qualità dei tessuti sia sull’acqua utilizzata per la nostra brama di pulizia.

Leggi anche: La blockchain può rendere la moda etica: parola di Martine Jarlgaard

Il ceo di Organic Basics, Mads Fibiger, ha spiegato come sia possibile cucire un prodotto utilizzando anche il cloruro di argento che, a bassa concentrazione, impedisce la formazione di batteri, spesso alla base dei cattivi odori e soprattutto a questioni sanitarie più importanti, come per esempio la comparsa di irritazioni cutanee. Nulla di realmente nuovo, rileva Forbes, visto che la stessa tecnologia viene utilizzata dalla Nasa per purificare l’acqua nella stazione spaziale internazionale.

Uno studio realizzato da Global Faschion Agenda e dal Boston Consulting Group ha quantificato il peso dell’inquinamento dovuto al settore fashion e abbigliamento: in emissioni CO2 parliamo di 1,7 miliardi di tonnellate a cui vanno aggiunte 92 milioni di tonnellate di materiali sprecati ogni anno nella fase di produzione.

Rimani sempre aggiornato sui
temi di StartupItalia!
iscriviti alla newsletter