Clima: mezzo grado è sufficiente per salvarci o si deve fare di più?
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Ultimo aggiornamento il 19 ottobre 2018 alle 9:47

Clima: mezzo grado basterà a non farci estinguere?

Il report dell'IPCC è allarmante. Ma, secondo i nostri calcoli, le previsioni del documento potrebbero essere persino ottimistiche

Il 2018? Per il National Climatic Data Centre è l’anno più caldo di sempre in Europa, con temperature superiori di 1,86 gradi alla media storica (1910-2000). Almeno secondo quanto visto finora sui primi nove mesi dell’anno. Se state leggendo questo articolo in maniche corte o in casa con il riscaldamento centralizzato acceso e le finestre aperte noterete che il trend non si è invertito nemmeno a ottobre, facendo registrare una temperatura media sulla superficie della Terra e degli oceani, superiore di 0,77 gradi rispetto alla media del ventesimo secolo.

 

Risultati analoghi, anzi, più preoccupanti arrivano anche dal documento più netto sui cambiamenti climatici che sia mai uscito dall’IPCC – l’organismo delle Nazioni Unite che si occupa di cambiamenti climatici – quello pubblicato alcuni giorni fa e che lancia l’allarme più inquietante di sempre in tema di clima. E che nella sostanza smentisce la principale tesi dell’Accordo di Parigi del 2015. Ossia che la soglia dei 2°C al 2100 sia quella di sicurezza. Il nuovo “Special Report on Global Warming of 1.5ºC” – 400 pagine costate due anni di lavoro a 91 ricercatori di 44 Paesi, con 6.000 referenze ad altrettanti studi scientifici – in sintesi dice che se si vogliono evitare grandi danni al Pianeta, e quindi alla specie prevalente che è quella umana, è necessario rimanere entro e non oltre gli 1,5°C e non toccare i 2°C, al 2100, perché in questo intervallo, che sembra piccolo, ci sono tutta una serie di danni che fanno la differenza.

 

I cambiamenti della temperatura globale

Si tratta di una soglia che è in palese contraddizione con quella dell’Accordo di Parigi. Ma riavvolgiamo il nastro e vediamo cosa successe nella capitale francese. Nel 2015 si decise di privilegiare l’accordo politico rispetto all’emergenza clima. Già perché in realtà la quasi totalità dei dati scientifici sul clima, usati oggi, erano già disponibili allora, ma l’obiettivo di quella assise era quello di avere il massimo delle firme, che furono quelle di 195 paesi ed era prettamente politico.

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La stragrande maggioranza delle nazioni si presentò sotto la Tour Eiffel  con degli obiettivi di riduzione, volontari e non vincolanti, – gli Indcs (Intended Nationally Determined Contributions) – che porterebbero a una temperatura compresa tra i 2,7°C e i 3°C al 2100, ma che furono accettati con la promessa di ritoccarli al rialzo negli anni successivi. Una semplice promessa per l’appunto. Il limite degli 1,5°C fu inserito soprattutto grazie alle pressioni degli stati insulari dell’Oceano Pacifico che sono quelli destinati a sparire sotto i colpi del riscaldamento globale, ma credendoci ben poco in realtà. E ciò che rese evidente tutto l’impianto, per così dire evanescente, dell’Accordo accadde nella notte tra 12 e il 13 dicembre 2015 nella quale dalla bozza sparirono le percentuali di riduzione dell’anidride carbonica che oltretutto erano espresse attraverso una forchetta molto ampia. Insomma sparirono i dati.

 

Il budget di carbonio che abbiamo immesso e quanto ce ne rimane per gli obiettivi per il clima

Tra Copenaghen e Parigi

Ma la radice della genericità dell’accordo di Parigi si trova nell’esito della Cop 15 del 2009 di Copenaghen che si concluse con un nulla di fatto rispetto alle aspettative, a causa dell’allora presidente degli Stati Uniti Barak Obama che non firmò l’intesa per il clima. Da allora per evitare altri fallimenti si ribaltò l’approccio seguito fino allora che era quello di cercare d’imporre le riduzioni necessarie al contenimento del riscaldamento climatico agli Stati con i dati derivati dagli studi scientifici, metodo che si è utilizzato per anni, dal 1997 – data della creazione del Protocollo di Kyoto – senza venire a capo di una soluzione. Da Copenaghen in poi si pensò a come risolvere il problema e l’approccio è stato quello opposto. Agli Stati si è chiesto di indicare gli obiettivi di riduzione dei gas climalteranti, gli Indcs, senza tenere conto dell’urgenza dei dati scientifici.

 

Così muore un ghiacciaio. 80 anni tra il primo e il secondo scatto

E alla politica internazionale il clima è talmente indigesto che quest’anno ben due round di sessioni, a Bonn e a Bangkok hanno fallito nel determinare le linee guida per l’Applicazione dell’Accordo di Parigi. Per cui arriveremo alla Cop 24 di Katowice, in Polonia, nel dicembre 2018, senza un’indicazione politica chiara sulle temperature da non superare, sulla percentuale di riduzione della CO2 e senza le regole per fare ciò. Insomma un gap nella politica climatica non da poco, mentre i dati non sono per niente rassicuranti.

Mezzo grado critico

E veniamo al succo del rapporto. La sintesi è 1,5°C vanno bene 2°C no. E questo mezzo grado al 2100 è quello che fa la differenza. E siamo già a 1°C di riscaldamento globale dal 1880. Ma dall’Ipcc arriva un altro allarme. Il tempo per tentare di contenere l’aumento di temperatura è fissato al 2030, tra 12 anni. Entro quella data, infatti, dovremo ridurre del 45% le emissioni in atmosfera sulla base di quelle del 2010. Il problema è che nel frattempo da quella data le emissioni sono aumentate.

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Nel 2010 la CO2 emessa è stata di 35,88 Gt, nel 2014 si è passati a 36,08 Gt, dato che è rimasto stabile nel biennio 2015-2016, cosa che aveva fatto pensare a un disaccoppiamento tra le emissioni e il Pil mondiale che nel frattempo era aumentato del 6,68% nel biennio. La doccia fredda è arrivata lo scorso anno nel 2017 che ha visto un’impennata delle emissioni di CO2 aumentate del 2% arrivando a 36,79 Gt, a fronte di un aumento del Pil mondiale del 3,76% e con investimenti maggiori in fonti fossili rispetto alle rinnovabili. Non succedeva dal 2014. In pratica le due curve Pil e CO2 ora sono parallele, non più divergenti come lo sono state per un paio d’anni.

 

Le emissioni annuali per paese. Azionate il cursore per vedere l’evoluzione

 

 

Difficoltà evidenti

Vediamo ora quali sono le difficoltà dell’obiettivo dell’Ipcc. Una diminuzione del 45% delle emissioni al 2030 rispetto alle emissioni del 2010 – 33,48 Gt/anno – significa passare a 18,37 Gt/anno, ossia lo stesso livello mondiale di emissioni del 1978. Anno nel quale Deng Xiaoping lanciò in Cina le Quattro modernizzazioni che hanno trasformato in 40 anni il paese da agricolo a una grande potenza industriale. In pratica si dovrebbe cancellare la Cina dall’economia mondiale alimentata a fonti fossili. E la Cina nel 2015 consumava energia primaria da fonti fossili per l’88,2. Oltre a ciò il grande freno sulla via della riduzione delle emissioni è rappresentato dall’inerzia industriale di fronte al cambiamento, specialmente sul fronte energetico che è quello che ha meno necessità d’innovazione ai fini industriali.

 

La concentrazione in atmosfera della CO2 negli ultimi 2000 anni. Puntare sul grafico per visualizzare il valore

 

 

 

La manifattura, infatti, necessita di sistemi produttivi sempre più sofisticati e adatti a nuovi prodotti. Una linea di produzione per l’elettronica di consumo di venti anni fa, per esempio, è completamente diversa da una di oggi sia per tipologia, sia per produttività e magari consuma meno energia per unità di prodotto. Ma è sempre alimentata da energia elettrica che è indifferente se sia prodotta da rinnovabili o da fossili. Per questo motivo i cicli industriali della generazione sono molto più lunghi di quelli della manifattura e partono da un minimo di 25 anni per le rinnovabili, per arrivare ai 60 del nucleare, passando per i 40-50 del carbone. Così si ha un’idea del perché l’Agenzia Internazionale dell’Energia abbia previsto che a fronte di un incremento dei consumi energetici del 28% al 2040 ci sia un incremento dei consumi di petrolio e gas naturale, una stabilizzazione di quelli del carbone e un aumento, anche notevole, delle rinnovabili. Le emissioni di CO2 secondo questo scenario, quindi, non aumenteranno del 28% ma aumenteranno comunque.

 

 Le anomalie delle temperature medie. Puntare sul grafico per visualizzare il valore

 

 

Lo scenario mondiale, infine, non si discosta troppo da quello cinese. Tra il 1973 e il 2015 i consumi mondiali d’energia sono più che raddoppiati passando dalle 6.101 Mtonnellate di petrolio equivalente (Mtoe) a 13.647 Mtoe. E ciò conferma ancora una volta la grande inerzia energetica del sistema energetico mondiale, caratterizzato da un mix energetico che nel 1973 era per l’86,7% composto da fonti fossili che sono “diminuite” al 81,4% nel 2015. Un calo dovuto a un più 4% di nucleare e a un 1,5% di rinnovabili come fotovoltaico ed eolico (fonte dei dati Iea). E a tutto ciò si deve aggiungere il fatto che la popolazione mondiale al 2040 sarà passata dai 7,6 miliardi di oggi agli 8,9 miliardi di quell’anno.

Obiettivi difficili

In questo quadro se era già complicato arrivare al target dei 2°C che prevedeva un meno 20% di emissioni al 2030 e la neutralità al 2075, appare chiaro come sia ancora più difficile quello di 1,5°C che vede la riduzione del 45% e la neutralità al 2050. Lo scenario, inoltre, anche se “tecnicamente” possibile, secondo l’Ipcc, necessita di ben 900 miliardi di dollari d’investimento ogni anno nel periodo 2015-2050, ossia 31.500 miliardi in 35 anni.

 

 La concentrazione globale della CO2 in parti per milione. Puntare sul grafico per visualizzare il valore

 

 

Una cifra adeguata se pensiamo che dovrà essere spesa per un cambiamento radicale dell’infrastruttura energetica ma che potrebbe essere maggiore visto che la Iea al 2035 stima che per la transizione energetica e per l’aumento dei consumi dovranno esserne spesi 48.000 di miliardi. Chiaro quindi che l’indirizzo politico nell’orientare queste cifre sarà determinate. Ma oggi ciò che si manifesta è l’assenza della politica internazionale. Nel 2017, per la prima volta dal 2014 gli investimenti in fonti fossili, come abbiamo detto, hanno superato quelli in rinnovabili, mentre la discussione sull’Accordo di Parigi nel 2018 si è bloccata, sia durante il meeting di Bonn sia durante quello straordinario di Bangkok sulla discussione circa il Green Climate Fund da 100 miliardi di dollari l’anno che i paesi sviluppati dovrebbero versare a quelli in via di sviluppo per l’adozione di tecnologie energetiche pulite.

 

Studio conservativo

Oltre a ciò bisogna dire che lo studio dell’Ipcc è conservativo. Nel testo infatti, non sono quasi citati i “tipping point” ossia i “piccoli” dettagli che potrebbero fare una grande differenza, come le emissioni di metano – un gas serra venti volte più climalterante rispetto alla CO2 – dovute allo scongelamento del permafrost, lo scioglimento dei ghiacciai e delle calotte polari, il rallentamento delle correnti oceaniche e l’acidificazione degli oceani che ne compromette la capacità d’assorbire la CO2. Si tratta di fenomeni che amplificano il riscaldamento globale.

 

 Il riscaldamento globale in 30 secondi

 

 

Facciamo un esempio. Lo scioglimento dei ghiacci, per esempio, lascia esposta una superficie “scura” acqua o terreno che sia, che assorbe più calore rispetto al bianco dei ghiacci, aumentando la temperatura a livello locale e provocando altri scioglimenti. E proprio sui tipping point si sta concentrando il grosso degli studi dei climatologi a livello mondiale, ma questi non sono stati presi in considerazione dall’Ipcc per ragioni di “comunicazione politica”. L’organismo delle Nazioni Unite, infatti, da tempo è sotto attacco per le sue conclusioni sul clima, nonostante il report si basi sulle referenze scientifiche di 6.000 studi sul clima, e quindi adotta risoluzioni che si basano solo ed esclusivamente su dei modelli consolidati. E i tipping point per ora non possiedono questa caratteristica, anche perché non sono mai stati osservati prima nella storia dell’umanità.

 

Politica sorda

Ma le reazioni politiche, negative, al report non si sono fatte attendere. L’Australia, maggior fornitore di carbone della Cina, ed esportatore al mondo, lo ha immediatamente bocciato senza appello. Il primo ministro conservatore australiano, Scott Morrison, ha preso la difesa delle compagnie minerarie, dichiarando che: «il rapporto non presenta raccomandazioni all’Australia e la priorità del governo è quella di assicurare che i prezzi dell’elettricità siano piú bassi per le famiglie e per le aziende». Dal suo canto il presidente Usa Donald Trump ha modificato la propria posizione sul cambiamento climatico prendendone atto, ma negandone l’origine umana e manifestando scetticismo rispetto a chi ha redatto il rapporto. «Mi è stato consegnato – ha detto Trump – e voglio controllare chi l’ha scritto, il gruppo che l’ha scritto.

 

Le anomalie di temperature paese per paese

 

 

Posso citarvi rapporti che sono fantastici ed altri che non lo sono». Ma ciò che preoccupa è il silenzio, sul tema, dei due grandi giganti asiatici: India e Cina. Con quest’ultimo che ha ripreso, nel silenzio quasi assoluto, a costruire nuove centrali a carbone per 259 GW, notizia che abbiamo dato nei giorni scorsi. E si tratta di una ripresa dettata da motivi economici locali , ma strutturali. La Cina, infatti, secondo gli analisti necessita, per questioni sociali, di un aumento del Pil interno almeno del 6% annuo – soglia che non è mai stata minore dal 1991 – per non avere, grandi, problemi sociali. Un caso da manuale dove clima, economia e società si trovano incrociati in un’equazione non risolta che è la stessa per tutto il Pianeta.

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