Lo spot di Greenpeace per la foresta pluviale censurato in UK

Ultimo aggiornamento il 13 novembre 2018 alle 17:43

Lo spot di Greenpeace per la tutela della foresta pluviale è stato censurato in UK

"Troppo politico" per andare in televisione. Ma viene prontamente rilanciato sui social e fa subito milioni di visualizzazioni

Non potrà andare in onda lo spot natalizio a sfondo ambientalista della catena di supermercati Iceland Food perché “troppo politico”. L’incredibile decisione è stata presa da Clearcast, organizzazione non governativa britannica che valuta gli spot prima di disporne la messa in onda sui quattro maggiori network del Regno Unito. Realizzato da Greenpeace, il corto è stato subito caricato sui social della compagnia di supermarket e sta realizzando milioni di views.

Perché lo spot animato divide la Gran Bretagna?

Ma la questione dello spot “troppo politico” non sembra chiudersi qui e anzi rischia a sua volta di diventare un caso politico. Perché fa tanto discutere? Nel cortometraggio, si vede una bambina dialogare con un cucciolo di orango la cui esistenza è però minacciata dalla deforestazione che ha già fatto perdere al primate la sua mamma.

La scimmia illustra i rischi che stanno correndo i suoi simili e il fatto che l’uomo stia tuttora distruggendo il suo habitat e fa comprendere alla sua giovane amica l’importanza di una spesa consapevole, che premi prodotti di cui si sa la provenienza e di cui si conoscono gli ingredienti.

A rendere lo spot ancora più efficace la recitazione dell’attrice britannica Emma Thompson.  Nulla di così “politico”, apparentemente, anche perché lo scopo di Greenpeace che aveva in origine commissionato la pubblicità non era quella di veicolare messaggi ideologici, quanto suscitare tenerezza e indignazione. Da qui la scelta di affidarsi a un cartoon che strizzasse l’occhio alla Disney per lo stile del disegno, con tanto di storia raccontata tramite filastrocca.

 

La lotta all’olio di palma

Ma cosa c’entra la pubblicità di Greenpeace con la catena inglese Iceland Food? Semplice: dal 2018 la dirigenza, che ha già avviato una campagna analoga contro la plastica, ha deciso di bandire dagli scaffali dei propri supermercati tutti i prodotti contenenti olio di palma.  La questione non riguarda tanto la presunta nocività del prodotto sulla salute umana quanto il fatto che in diverse parti del mondo, tra cui il sudest asiatico, vengono abbattute le foreste per far posto alle piantagioni di palme necessarie all’industria.

 

L’olio di palma è una delle principali cause di deforestazione al mondo e rappresenta una minaccia significativa per un numero di specie già in via di estinzione, spiegano da Iceland Food.

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“Finché non potremo garantire che l’olio di palma non causa la distruzione della foresta pluviale, noi diciamo semplicemente: no all’olio di palma. non crediamo ci sia un olio di palma sostenibile disponibile in commercio, perciò offriamo ai consumatori la possibilità di scegliere cosa comprare “, ha dichiarato Richard Walker, Managing Director di Iceland Food.

In Indonesia e in Malesia – si legge sul sito della catena – dove le piantagioni di olio di palma e di polpa di legno sono i maggiori motori della deforestazione, molte specie sono in pericolo di estinzione, compreso l’orangutan. La popolazione di oranghi si è più che dimezzata negli ultimi 15 anni e ora è in grave pericolo con solo 70.000-100.000 esemplari rimasti.

Il boomerang dello spot censurato

Quel che è certo è che la censura britannica si è rivelata un boomerang incredibile per chi l’ha comminata: la catena di supermercati ha infatti subito annunciato tramite i propri social l’altolà che le è arrivato dall’ente non governativo, con il risultato che, in poche ore, il filmato caricato su YouTube (Iceland’s Banned TV Christmas Advert… Say hello to Rang-tan), ha realizzato diversi milioni di visualizzazioni, accompagnato dall’hashtag #NoPalmOilChristmas. Difficilmente lo spot di GreenPeace avrebbe avuto tanto successo senza questa pubblicità involontaria causata proprio da chi voleva bloccarla, la pubblicità.

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