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Dic 31, 2018

BeeMyJob: l’accoglienza dei migranti passa per l’apicoltura. E i prodotti arrivano online

"Se non ci fossero i rifugiati, la nostra agricoltura sarebbe già morta". Con l'aiuto dei richiedenti asilo si dà nuovo respiro a una eccellenza artigianale italiana

Inclusione sociale, accoglienza, formazione e lavoro in un progetto di apicoltura e agricoltura urbana. BeeMyJob (qui, per chi fosse interessato, il sito) è una realtà virtuosa fatta di contaminazione e rispetto per la natura. Portata avanti dall’associazione di promozione sociale alessandrina “Cambalache“, l’iniziativa vede protagonisti rifugiati e richiedenti asilo accolti nella città di Alessandria.

Tra poco, nella seconda parte di gennaio 2019, i prodotti artigianali messi a punto da questi giovani saranno anche disponibili sul nuovo sito e-commerce. “Così come negli alveari è l’unione che fa la forza, anche il progetto BeeMyJob è stato costruito su queste basi: lavorare insieme per aiutare la natura e l’apicoltura“, ha spiegato Stefania Tavarone, apicoltrice.

Il progetto di BeeMyJob

“BeeMyJob si fonda su un’etica del lavoro in contrasto con le vicende di sfruttamento che attraversano l’Italia, soprattutto in ambito agricolo”. Lo rivela Mara Alacqua, responsabile dell’iniziativa nata nel 2015, all’interno di un parco abbandonato nel piemontese.

Così come negli alveari è l'unione che fa la forza, anche il progetto BeeMyJob è stato costruito su queste basi: lavorare insieme per aiutare la natura e l'apicoltura

“Siamo in stretto contatto con i centri di accoglienza sul territorio e gestiamo il progetto CAS insieme all’associazione San Benedetto al Porto e alla cooperativa sociale Coompany&  – spiega la responsabile e presidente dell’associazione Cambalache – Dall’idea di unire le richieste di lavoro di questi ragazzi con un’opportunità di formazione professionale è nato BeeMyJob, in aiuto ad agricoltori e apicoltori. In un contesto rispettoso dell’essere umano, della natura e degli animali che la popolano. Trovare manodopera, nel settore agricolo, oggi non è per niente semplice”.

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A lavorare al progetto, che prevede una fase di formazione riservata ai beneficiari segnalati dai centri di accoglienza e seguita da tirocini in azienda, sono 4 risorse interne più numerosi collaboratori: docenti, apicoltori e agricoltori. “Il percorso formativo, organizzato sui vari territori con la collaborazione delle associazioni di categoria, viene costantemente monitorato con questionari di valutazione per docenti e alunni, oltre all’elaborazione di un report”, specifica la responsabile.

Oggi, su 25 partecipanti, tutti quanti hanno portato a termine o rinnovato gli stage. Nel 2018, l’iniziativa è stata replicata in via sperimentale anche in provincia di Bologna (con la cooperativa La Venenta) e a Lamezia Terme, Catanzaro (con Progetto Sud) e ha ottenuto, oltre a numerosi riconoscimenti, anche il supporto dell’UNHCR.

Inoltre, è stato sviluppato anche un percorso didattico nelle scuole primarie e secondarie, al fine di mettere in contatto i ragazzi con il mondo delle api.

L’orto sinergico

Non solo apicoltura, ma anche agricoltura. Ad Alessandria, i tirocinanti di Cambalache gestiscono anche un orto urbano per la produzione di frutta e verdura di stagione. L’agricoltura sinergica, che richiede una struttura organizzativa differente dal solito, si autoalimenta. Grazie ad una particolare lavorazione, che prevede scavi di buche riempite con materiale compostabile e poi ricoperte di terra, sabbia e paglia, nell’orto sinergico non si lavora la terra, ma si copre creando un manto. Questo tipo di agricoltura è priva di sostanze chimiche e permette di mantenere la biodiversità.

 

 

Nel 2016 è stato avviato questo progetto specifico per tre richiedenti asilo con disagio psichico e nel 2017 sono stati attivati quattro tirocini, di cui uno con percorso di formazione per l’avvio di una startup agricola. L’orto-terapia coniuga, infatti, la riabilitazione con la promozione di uno stile di vita e di un modello produttivo positivo.

Abdul Sane: Da rifugiato ad apicoltore

Abdul Sane viene dal Senegal ed ha 29 anni. Quando è andato via dal suo paese, è arrivato fino in Libia, alla volta dell’Italia: terra tranquilla dove ripartire da zero e vivere lontano dalla miseria. Ha affrontato uno dei tanti viaggi della speranza, via mare. «”Andate a morire” ci dicevano spesso, a me ed altri disperati, in attesa che quel barcone arrivasse a portarci via», ha detto.

Quando è giunto in Italia, Abdul aveva tanta voglia di lavorare, appassionarsi a qualcosa in grado di ridargli il sorriso ed il sostegno di cui aveva bisogno. “Senza api non ci sarebbe neanche il mondo. Il mio è un amore verso di loro ed il progetto è, per me, come una famiglia”, dice oggi Abdul, divenuto apicoltore, mentor dell’iniziativa e gestore dell’apiario, dell‘orto e dello spazio vendita. Questo progetto gli ha dato una speranza, una prospettiva, una vita nuova. “Se non ci fossero i migranti, la nostra agricoltura sarebbe già morta”, ha dichiarato uno dei responsabili aziendali che ha partecipato a BeeMyJob.

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Una storia sicuramente positiva, che arriva al termine di un anno segnato non solo da molteplici episodi razziali ma anche di preoccupanti segnali di intolleranza arrivati dalle istituzioni, non ultima la mozione leghista presa in seno alla Regione Lombardia di vietare la cura del verde pubblico ai volontari extracomunitari ospitati nei centri d’accoglienza.

Speriamo che nel 2019 il modello di BeeMyJob fiorisca in tutto il Paese, per ricordare a tutti non solo il valore dell’accoglienza e dell’inclusione sociale, ma anche il fatto che tali principi possano contribuire a mettere in piedi attività in grado di fatturare così da far sopravvivere branche dell’artigianato locale altrimenti a rischio estinzione.

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