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Gen 11, 2019

Uno strano ambiente in bilancio. Quanto è green la nuova manovra economica?

Alla manutenzione forestale 1,35 euro a ettaro. L'Ecobonus coprirà dalle 11mila alle 44mila immatricolazioni annue. A Taranto, dopo il "tradimento" sull'Ilva, solo pochi spiccioli. Promessi più soldi per prevenire il dissesto idrogeologico

Legge di bilancio e ambiente. Un rapporto complicato, potremmo dire. Già perché tra tira e molla, invii a Bruxelles e mancate discussioni in aula è stato complicato tenere la bussola, in quello che è stato il primo vero test generale sulle questioni ambientali che rappresentano un punto cardine del Movimento 5 Stelle. Punto che però ha già mostrato più di un’incrinatura tra le promesse elettorali e la realtà dei fatti, come hanno dimostrato nei mesi scorsi le vicende Ilva e Tap. Vediamo comma per comma quali sono gli aspetti rilevanti sotto al profilo ambientale della manovra economica il cui testo è stato pubblicato – com’è noto – in Gazzetta ufficiale e sul sito del Senato in zona Cesarini, nella notte del 31 dicembre 2018.

Alle foreste 33 centesimi / ettaro l’anno

Sul fronte delle foreste c’è da registrare l’istituzione nella Legge di bilancio 2019 di un Fondo per la gestione e la manutenzione delle foreste italiane. Bene si dirà, ma il problema è la dotazione finanziaria: 14,9 milioni di euro per 4 anni. Ossia 3,7 milioni l’anno. Una cifra il cui utilizzo concreto sarà interessante verificare nei fatti.

In Italia, infatti, la superficie forestale è di 11 milioni di ettari dei quali 150mila ogni anno interessata a incendi. Tradotto in quattro anni ci sono per la manutenzione forestale 1,35 euro a ettaro – 0,33 centesimi per ettaro l’anno – , cifra che diventerebbe di 24,8 euro a ettaro – calcolo su 4 anni – se fosse destinata solo alle foreste distrutte dagli incendi.

Le novità per l’agricoltura nella Legge di bilancio

Per quanto riguarda gli agricoltori, la finanziaria tenta di mettere una toppa circa gli impianti di biogas fino a 300 KW, realizzati da imprenditori agricoli e alimentati con sottoprodotti provenienti da attività di allevamento e della gestione del verde che possono accedere agli incentivi previsti per l’energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili diverse dal fotovoltaico, fino al riordino della materia, – ossia fino all’arrivo del Decreto Fonti Rinnovabili 2 che per ora non è nemmeno apparso all’orizzonte, ma con il limite di un costo annuo di 25 milioni di euro.

Tradotto: con l’attuale Legge di bilancio si tenta di porre rimedio a un ritardo cronico dei Governi italiani in materia rinnovabili che sarebbe meglio, però, risolvere una volta per tutte con un’efficace attività amministrativa che, come vedremo in seguito per il caso dell’efficienza, stenta non solo a partire, ma addirittura ad affermarsi come priorità.

Personale al centro. Più soldi al ministero

Al ministro dell’Ambiente Sergio Costa va dato atto di buona volontà che però si scontra con le deleghe limitate – che questo Governo non ha rivisto – affidate al suo ministero. Prima di tutto la struttura. Il mistero dell’Ambiente è sotto organico da oltre dieci anni e il ministro è riuscito a spuntare, secondo noi non senza difficoltà, l’assunzione a tempo indeterminato, nei tre anni 2019-2021, presso il Ministero dell’ambiente, di 420 unità di personale, di cui 20 dirigenti: «anche in sovrannumero e in deroga alla normativa vigente e senza il previo esperimento delle procedure in materia di mobilità ordinaria e collettiva», si legge nella legge di Stabilità.

Insomma c’era un problema di organico che era stato sottovalutato da tutti i Governi degli anni passati e Costa ha tentato di metterci rimedio, anche se l’efficacia complessiva di questo provvedimento si vedrà negli anni, mentre nel frattempo pesano le suddivisioni ormai anacronistiche e fuori dal tempo circa le deleghe, energia in primis. Cosa ha rimarcato il ministro Sergio Costa in occasione della Cop 24 sul clima in Polonia.

Finanziamenti a scuole e ospedali “green”

Si estendono i finanziamenti a tasso agevolato del Fondo per Kyoto ai soggetti pubblici che possiedono scuole, università, ospedali, e così via e che vogliano realizzare interventi d’efficienza energetica e risparmio idrico. Interessante lo spostamento di risorse dall’affitto del termovalorizzatore di Acerra , per 20,2 milioni l’anno dal 2019 al 2024 al “Fondo bonifiche” del 2016 e nello specifico per gli interventi ambientali nel territorio della regione Campania. Una misura che sposta risorse sugli interventi puntuali in una zona come la Terra dei Fuochi e che appare come una risposta politica alle dichiarazioni del ministro dell’Interno, Matteo Salvini, circa la necessità di almeno un inceneritore in ogni provincia d’Italia. Dichiarazioni che il vicepremier ha fatto proprio in Campania nel dicembre scorso, aprendo un forte interno con l’alleato di governo, M5S.

Plastiche nel mirino (poco)

Sul fronte delle plastiche, punto che sta molto a cuore a Costa, la migliore notizia arriva però dalla Legge di bilancio 2018 – quella del Governo Gentiloni – visto che dal 1 gennaio 2019 in Italia, e siamo in primi in Europa, sono banditi i cotton fioc in plastica non biodegradabile. Interessante il fatto che il bando sia conseguenza di un emendamento alla Legge di bilancio precedente opera dell’allora Presidente della Commissione Ambiente della Camera, Ermete Realacci, che non è stato ricandidato dal Pd alle elezioni del 4 marzo.

E comunque sia, per il 2019 in materia di plastiche arriva il credito d’imposta del 36% delle spese sostenute dalle imprese per l’acquisto dei prodotti riciclati ottenuti con materiali provenienti dalla raccolta differenziata degli imballaggi in plastica e l’acquisto di imballaggi biodegradabili e compostabili o derivati dalla raccolta differenziata della carta e dell’alluminio. Con il limite però di 20.000 euro per ciascun beneficiario e, complessivamente, a un milione di euro annui per gli anni 2020 e 2021, a cui si aggiungono 100mila euro l’anno per finanziare attività di studio e verifica tecnica e monitoraggio.

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Insomma l’incentivo c’è ma ha dovuto fare i conti con la cassa e bisogna dire che siamo a cifre che su scala nazionale non saranno molto influenti per l’economia circolare. E su una questione cruciale come la semplificazione del riciclo dei rifiuti urbani e speciali, la normativa sul cosiddetto end of waste, per fortuna Costa è riuscito ad evitare un pasticcio annunciato. Da anni l’Italia, infatti, non riesce a semplificare le operazioni di riciclo dei rifiuti come vuole Bruxelles.

Sul riciclo dei pannolini, per esempio abbiamo l’unico impianto al mondo per trattarli che è fermo perché manca la norma che dovrebbe fare il ministero dell’Ambiente e lo stesso è per il riciclo granulato dei pneumatici fuori uso cosa che rischia di aumentare i flussi di rifiuti che vanno in discarica o negli inceneritori. «Nella Legge di bilancio il tema era trattato in maniera anacronistica – spiega il Vicepresidente del Kyoto Club, Francesco Ferrante – Pasticciando così il testo governativo sulle materie prime seconde che va, invece, nella direzione giusta».

Poco bonus l’Ecobonus

Doccia tiepida, tendente al freddino, invece sugli Ecobonus per l’efficienza energetica. Nonostante l’indicazione chiara da parte della Commissione Attività Produttive del Senato, presieduta dal senatore pentastellato Gianni Girotto, che prevedeva nella Legge di bilancio una stabilizzazione dell’Ecobonus per tre anni di seguito e l’istituzione dell’ecoprestito da parte di Cassa Depositi e Prestiti per i cittadini. Due misure di vera politica industriale per l’efficienza energetica che avrebbero dato da un lato certezze alle imprese che da anni sono soggette al tira e molla continuo da parte dei Governi in materia, cosa che impedisce l’investimento strutturale da parte delle imprese, mentre sul fronte dei cittadini si sarebbe dato un aiuto concreto verso interventi “importanti” e costosi, come i cappotti termici, che consentono risparmi energetici notevoli. E non bisogna scordarsi che l’efficienza energetica è un tassello fondamentale per raggiungere il nuovo target europeo del 2030 in materia di emissioni e clima, per il cui innalzamento si è battuto con forza a Bruxelles proprio il M5S. Al di sotto delle Alpi sull’efficienza, invece, è arrivato un provvedimento fotocopia di quelli dei Governi Gentiloni e Renzi che di sicuro non brillavano sul piano dell’innovazione ambientale.

Auto elettriche scarse. E bici assenti

Arrivano, poi, incentivi e penalizzazioni per veicoli in base all’emissione di CO2, gli incentivi sono sotto forma di sconto sul prezzo per quelli che emettono meno di 70 gr/km, sostanzialmente ibride ed elettriche e aumentano le tasse per chi supera i 160 70 gr/km, mentre sul fronte dell’istallazione di sistemi di ricarica elettrica si usa lo stesso schema dell’Ecobonus, ossia la detrazione fiscale.

È un provvedimento che fa discutere, perché in realtà incentiva auto di costo elevato quali le ibride e le elettriche, mentre la penalizzazione per quelle inquinanti non appare determinante a sconsigliarne l’acquisto. La nota dolente è la dotazione finanziaria dell’incentivo per le auto a basse emissioni: 200 milioni di euro nei prossimi tre anni. E visto che la forbice d’incentivazione varia tra i 1.500 e i 6.000 euro ad autovettura il numero di veicoli che entreranno in circolazione grazie ai soldi pubblici saranno tra le 133mila e le 33mila complessivamente in tre anni, ossia tra le 11mila e le 44mila ogni anno.

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Per dare un’idea dei numeri in gioco, nel 2017 sono state immatricolate 1,97 milioni di autovetture in stragrande maggioranza endotermiche, su un parco circolante di 37,8 milioni. E infatti il testo stesso della Finanziaria definisce il provvedimento “sperimentale”. E a tutto ciò si aggiungono due ciliegine sulla torta rappresentate dall’emendamento 103 che recita testualmente: «Il comma 103 prevede che i comuni, i quali realizzino una zona a traffico limitato, ai sensi dell’articolo 9 del Codice della strada, consentono, in ogni caso, l’accesso libero a tali zone, ai veicoli a propulsione elettrica o ibrida».

Peccato, però, che chi ha scritto la norma della Legge di stabilità abbia poca confidenza con i testi legislativi coordinati e a ciò ha supplito qualche tecnico ministeriale che all’interno del dispositivo ha scritto la nota che riportiamo integralmente e che si trova a pagina 86 del primo volume del testo: «La formulazione della norma sembrerebbe consentire l’accesso di tali veicoli non solo nelle zone a traffico limitato ma anche alle aree pedonali». A posto. La prospettiva sarebbe quella immaginata dall’ecologista Guido Viale nel suo libro del 1996 “Tutti in taxi. Demonologia dell’automobile”, nel quale l’autore prevede un futuro di auto non inquinanti con aria più pulita, ma comunque invivibili a causa della congestione.

E la musica peggiora con il comma successivo, il 104, che stanzia per la mobilità ciclabile, tenetevi forti, ben due (2) milioni di euro, attraverso la creazione di un Fondo per le “autostrade ciclabili”. La nota dei tecnici sottostante però specifica che pag. 87 del primo volume del testo: «Si segnala che non è presente nell’ordinamento nazionale la definizione di “autostrade ciclabili”. L’articolo 2, della legge n. 2 del 2018 ha introdotto le definizioni di ciclovia, rete cicloviaria, via verde ciclabile (articolo 2). Insomma un fondo esiguo che consentirà la realizzazione di ben 66,05 km di “autostrade ciclabili”, ammesso che si sappia cosa costruire, visto che non sono previste nella normativa italiana. Comunque, il costo delle piste ciclabili è di 30.277 euro a km. Fonte Fiab.

Manutenzione, finalmente

La ciccia, forse, arriva su uno dei capitoli più spinosi dello Stivale. La manutenzione della nazione. Viene istituito un Fondo destinato al rilancio degli investimenti degli enti territoriali per lo sviluppo infrastrutturale del Paese, nei settori dell’edilizia pubblica, della manutenzione della rete viaria, del dissesto idrogeologico, della prevenzione del rischio sismico e della valorizzazione dei beni culturali e ambientali. E ha una dotazione di tutto rispetto: 3 miliardi di euro nel 2019, 3,4 miliardi per l’anno 2020, 2 miliardi per il 2021, 2,6 miliardi per il 2022, 3 miliardi per il 2023, 3,4 miliardi per l’anno 2024, 3,5 miliardi per ciascuno degli anni 2025 e 2026, 3,45 miliardi di euro per l’anno 2027, 3,25 miliardi per ciascuno degli anni dal 2028 al 2033 e 1,5 miliardi a decorrere dal 2034.

Da qui al 2033 dovrebbero arrivare 47 miliardi, 3 punti di Pil, per la manutenzione dell’Italia e successivamente 1,5 miliardi l’anno. Insomma potrebbe essere una cura da cavallo per lo Stivale e non un’aspirina. E allora perché usare il condizionale? Un dubbio c’è. Nella finanziaria troviamo scritto testualmente: «Al riparto del fondo si provvede con uno o più decreti del Presidente del Consiglio dei ministri, da adottare entro il 31 gennaio 2019». Quindi senza riparto il fondo non parte e la storia d’Italia è piena di ottime intenzioni alle quali non sono seguite i decreti attuativi.

Ma comunque a queste cifre si aggiungono 2,6 miliardi di euro, 800 milioni di euro per il 2019 e 1800 milioni per gli anni 2020 e 2021, per le “riparazioni d’urgenza” per consentire investimenti finalizzati alla mitigazione del rischio idraulico e idrogeologico e all’aumento della resilienza di strutture e infrastrutture, nei territori in dove è stato dichiarato lo stato di emergenza.

Niente ambiente sul mare

Per Taranto, città tradita dalla vicenda Ilva di cui ci siamo già occupati qua su Impact, pochi spiccioli. Si istituisce l’“Istituto di Ricerche Tecnopolo Mediterraneo per lo Sviluppo Sostenibile” con sede in Taranto con tre milioni di euro in tre anni e con 300mila euro viene istituita presso il Mise la Commissione speciale per la riconversione economica della città di Taranto. Ma il colpo vero è quello alle spiagge italiane, oltre 8000 km e che arriva da un dispositivo che non solo lede l’ambiente ma probabilmente anche le casse dell’erario.

Capitolo spiagge. Per le concessioni demaniali in essere, in contrasto con la direttiva Bolkestein n. 2006/123/CE, relativa ai servizi nel mercato interno, nella Legge di bilancio 2019 si effettua una deroga di 15 (quindici!) anni. Tradotto: fino al 2034 nessuna possibilità d’introdurre la concorrenza e, quindi, nessun miglioramento di servizi all’utenza, poche possibilità di risanamento dei litorali che in molti casi sono stati devastati proprio da queste attività e con ogni probabilità saranno scarse le possibilità di rimodulazione dei già esigui canoni demaniali. Un provvedimento che fa pensare a un notevole “masochismo di stato”, da parte di uno Stato che come abbiamo visto ha problemi di risorse.

Il bilancio sulla Legge di bilancio

In definitiva, abbiamo davanti una manovra economica che, in molti aspetti sul fronte ambientale, ha notevoli e innegabili limiti imposti dai tetti di spesa, ma che in parte si sarebbero potuti superare. «Ci aspettavamo molto di più da questa Legge di bilancio – dice Stefano Ciafani, Presidente nazionale di Legambiente – e invece mancano ancora una volta misure strutturali per invertire la rotta e spostare il prelievo fiscale sullo sfruttamento delle risorse ambientali. In Italia bisogna avere il coraggio di aggredire le rendite a danno dell’ambiente che impediscono una corretta gestione delle risorse naturali e dei beni comuni, partendo dalla cancellazione dei sussidi ambientalmente dannosi, a partire da quelli per le fonti fossili, dei quali cui non si trova traccia in questa legge di bilancio». I sussidi italiani alle fonti fossili, infatti, sono oltre 16 miliardi l’anno e anche la sola riduzione di tre miliardi, da destinare magari all’auto elettrica e alla mobilità ciclabile avrebbe potuto dare una spinta più netta al settore della mobilità sostenibile. E questo è solo un esempio di ciò che si potrebbe fare passando le risorse dai fossili alla sostenibilità.

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