Circular Economy, un ritorno da 1.8 trilioni di euro al 2030. E in Italia? immagine-preview

Feb 5, 2019

Circular Economy, un ritorno da 1.8 trilioni di euro al 2030. Ma a che punto siamo?

Si stima che nel prossimo futuro l'economia circolare avrà un peso sempre più rilevante. Ma adesso come siamo messi? Facciamo il punto

Nel pacchetto che definiamo “economia sostenibile” rientrano oggi diversi aspetti che vanno a comporre il puzzle. Si parla di Green Economy e di Circular Economy, molte volte sovrapponendo questi concetti, e provocando confusione specie in materia di opportunità economiche.

Il fulcro della Green Economy è abbassare drasticamente le emissioni di gas serra riducendo l’utilizzo di fonti fossili in tutti i settori (agricoltura, industria, servizi, trasporti) e introducendo di conseguenza altri indicatori di sviluppo accanto al PIL per misurare la sostenibilità delle scelte economiche. Il passaggio successivo alla Green Economy è la cosiddetta Blu Economy, definizione proposta da Gunter Pauli, che prevede non solo di ridurre le emissioni a un limite accettabile, ma di arrivare a un pianeta a emissioni zero.

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All’interno della Green Economy troviamo fra le altre cose la Circular Economy, che si focalizza sull’efficienza del trattamento dei rifiuti che produciamo puntando a un’economia a rifiuti zero. L’idea di fondo è che la Green Economy sia anche un’economia in grado di rigenerarsi da sola, gestendo i flussi di materiali biologici, quelli cioè in grado di essere reintegrati nella biosfera, e tecnici, destinati al riciclo.

Un punto di riferimento per monitorare dove stiamo andando è rappresentato dalla Ellen MacArthur Foundation, fondata nel 2010 proprio per accelerare il processo verso la Circular Economy. Secondo le loro stime, l’Europa può trarre vantaggio dall’imminente rivoluzione tecnologica per creare un beneficio netto di 1.8 trilioni (miliardi di miliardi) di euro entro il 2030, ovvero 0,9 trilioni di euro in più rispetto all’attuale lineari percorso di sviluppo. A questo si accompagnerebbe un aumento di 3.000 euro del reddito delle famiglie da qui al 2030, una riduzione del costo del tempo perso per congestioni stradali del 16% e un dimezzamento delle emissioni di biossido di carbonio rispetto ai livelli attuali.

Calcolare con precisione il ritorno economico di questa transizione non è semplice. Numerosi sono gli studi, in particolare a livello nazionale, e qualcuno anche a più ampio raggio. Un rapporto del 2014 redatto da Thomas F. Rutherford dell’Università del Wisconsin-Madison e da Christoph Böhringer dell’Università di Oldenburg, stima da una parte un miglioramento dall’1% al 3% annuo (cioè dal 15 al 30% entro il 2030) in termini di PIL per unità di consumo di materie prime. E anche che basterebbe un miglioramento della produttività annuale delle risorse del 2% per creare due milioni di posti di lavoro.

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L’Italia al momento è in pole in questa transizione. I dati Eurostat mostrano che il nostro paese è fra i paesi più virtuosi d’Europa al momento, con alti tassi di riciclaggio, di investimenti anche da parte di privati e dunque con un conferimento in discarica fra i più bassi in Europa. Tra i grandi Paesi europei l’Italia è quello con la quota maggiore di recupero di materia prima nel sistema produttivo: il 18,5%. Siamo il secondo paese in Europa per quantità di oli esausti rigenerati e anche per quanto riguarda gli imballaggi, gli obiettivi di riciclo imposti dalla normativa comunitaria sono tutti ampiamente superati.

Lo scorso marzo la Fondazione Symbola ha pubblicato un rapporto dal titolo “100 Italian Circular Economy Stories’ promosso da Enel  che racconta le 100 realtà imprenditoriali più attive in questa direzione, dall’agricoltura all’abbigliamento, dal design alla meccanica.

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Andando nel dettaglio, Eurostat utilizza quattro indicatori per misurare lo stato di avanzamento della Circular Economy. Il primo ovviamente è quanti rifiuti produciamo. Su questo fronte l’Italia si colloca a metà classifica fra i paesi europei, con 497 kg di rifiuti prodotti a livello comunale per residente nel 2016.

La buona notizia è che dall’inizio del millennio siamo riusciti finalmente ad abbassare la quota di rifiuti prodotti, nonostante una prima crescita dal 2000 al 2006; la notizia meno buona è che è più alta in proporzione la quota di rifiuti prodotti per unità di PIL, e soprattutto quest’ultima è cresciuta velocemente e senza arresto dal 2000 a oggi.

Il dato positivo è che ricicliamo molto, come mostra il secondo indicatore di Eurostat: poco meno della metà dei rifiuti che produciamo a livello municipale, il 45%, anche se comunque dal 2000 a oggi il tasso di rifiuti riciclati è cresciuto di 30 punti percentuali. Siamo oggi in linea con la media europea, mentre al primo posto svetta la Germania con il 66% dei rifiuti riciclati. La soglia fissata dal legislatore europeo come obiettivo per il 2020 è il 50% di rifiuti riciclati.

Un terzo indicatore utile è la percentuale di Secondary Raw Materials immessi nell’economia, che in italiano si chiamano “Materie prime seconde”, quelle cioè derivate dalla lavorazione dei rifiuti durante il riciclaggio. A livello europeo solo per il piombo, la calcite e il rame oltre la metà dei materiali immessi nel sistema di produzione è una materia prima seconda. L’Italia si colloca in buona posizione rispetto al resto d’Europa, con un 16% di materiali riciclati sul totale.

Infine, l’ultimo importantissimo indicatore che ci dà il polso di quanto pesi davvero la circular economy è a quanto ammontino gli investimenti nel settore privato in questa direzione. L’Italia pare non se la cavi male rispetto al resto del continente sia quanto a percentuale di PIL rappresentato dal valore aggiunto di questi investimenti che in termini di occupazione.

Sul tavolo c’è un cambio di paradigma importante. Come mostra un documento  di inquadramento e di posizionamento strategico pubblicato dal Ministero dell’Ambiente e da quello dello Sviluppo Economico alla fine del 2017, in seguito alla Strategia Nazionale per lo sviluppo sostenibile approvata dal Governo Italiano il 2 ottobre 2017, si tratta di passare da un’economia circolare pensata come necessità a una intesa come opportunità. Specie in un Paese come quello italiano povero di materie prime.

Stiamo andando, come si è visto, nella direzione giusta. Ma dobbiamo andarci tutti insieme, come Europa anzitutto.

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