Quanto è ecologica la bioplastica autorigenerante ricavata dai calamari?
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Ultimo aggiornamento il 27 febbraio 2019 alle 4:52

Quanto è ecologica la bioplastica autorigenerante ricavata dai calamari?

La proteina scoperta nei tentacoli dei cefalopodi potrebbe rivoluzionare il settore dell'abbigliamento con tessuti in grado di ripararsi da sé. Ma potrebbe anche mettere a rischio la sopravvivenza dell'animale

Vestire totani. Fa un po’ schifo. Ma molto presto potrebbe essere una realtà. Ammesso ci perdoniate la licenza di aver finto che non esistano differenze tra i due molluschi cefalopodi. Secondo quanto riporta lo studio pubblicato sulla rivista Frontiers in Chemistry, è infatti nei tentacoli dei calamari che è stata rinvenuta una proteina assai duttile e versatile che potrebbe anticipare o quantomeno favorire la nostra emancipazione dalla plastica.

La proteina magica dei calamari

La scoperta la si deve a un team di ricercatori coordinato da Melik Demirel e Abdon Pena-Francesch che ha individuato, nei denti ad anello presenti sui tentacoli dei diafani animaletti (quelli, insomma, grazie ai quali i cefalopodi si avvinghiano alle prede e alle rocce), la proteina dei miracoli.
Battezzata “Srt“, ha colpito i ricercatori non solo per la sua elasticità e resistenza, ma anche per il fatto di essere capace di rigenerarsi.

Per questo, gli scienziati oltre ad aver realizzato pellicole e piccoli oggetti, ipotizzano di poterci ricavare un materiale bioplastico dagli usi pressoché infiniti, destinato non solo al settore tessile e della moda, ma anche a quello della biomedicina e persino dell’energia. Proprio la sua caratteristica “bio” gli permetterebbe impieghi ben più ampli di quelli per cui oggi è sfruttata la plastica tradizionale.

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Vestiti smart autoriparanti?

Per esempio, grazie alla resistenza al calore dimostrata dalla proteina tratta dai calamari e alla predetta abilità di rigenerarsi, si ipotizza la possibilità di commercializzare, in futuro, materiali bioplastici intelligenti, capaci di resistere alle abrasioni e persino di ricucirsi.

Copyright 2018 American Chemical Society

Un simile impiego andrebbe ben oltre quello dei vestiti eclettici delle sfilate di moda perché permetterebbe di dotare chi oggi fa un lavoro pericoloso, che espone a veleni e ad alte temperature (si pensi per esempio agli operai e ai pompieri) di tute particolarmente resistenti.

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Una scoperta che mette a rischio i calamari?

Quale impatto potrebbe avere questa scoperta sulla popolazione dei calamari? Sterminarli in massa o dar vita ad allevamenti intensivi per produrre la molecola che sarà alla base di numerose attività produttive può essere la risposta ecologica che stiamo cercando per dismettere finalmente la plastica?

Fonte: Current Biology

Sebbene una ricerca piuttosto recente condotta dal gruppo di ricerca australiano di Zoe Doubleday abbia dimostrato che la famiglia che racchiude calamari, polpi, seppie e nautilus stia aumentando senza sosta negli oceani di tutto il mondo (una crescita favorita proprio dalle intromissioni umane dato che i cefalopodi non solo si adattano meglio di altre specie marine ai cambiamenti climatici ma, grazie alla pesca intensiva, hanno sempre meno predatori o rivali che coabitano nelle loro nicchie), il rischio di abbandonare un materiale inquinante come la plastica per rivolgersi a uno d’origine animale che non può però essere sintetizzato in laboratorio è quello di fare scontare a quella sola specie la nostra incapacità di trovare alternative a impatto zero.

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