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Mar 3, 2019

I ghiacciai si ritirano? Gli Svizzeri ci fanno le dighe

Si tratta di uno degli effetti collaterali del riscaldamento globale più tangibili e vicini a noi, ma gli elvetici hanno saputo sfruttarlo, in modo ecologico

Se il riscaldamento globale è una minaccia – qualcuno, come il presidente americano Trump, non è ne è convinto -, gli Svizzeri hanno trovato il modo di sfruttarla a proprio vantaggio. In un bell’articolo visuale il New York Times ricostruisce il modo in cui gli elvetici stanno affrontando lo scioglimento dei ghiacciai per produrre elettricità.

Ma partiamo dall’inizio. La prima cosa da sapere è che  sulle Alpi il global warming si sta manifestando più rapidamente della media del pianeta. Inverni secchi ed estati calde hanno avuto come conseguenza lo scioglimento accelerato di molti dei 1500 ghiacciai del Paese.

Fonte: Keystone

Dai ghiacciai arriva più di metà dell’energia

Gli Svizzeri hanno cominciato a costruire dighe per produrre energia idroelettrica negli anni Cinquanta del secolo scorso e grazie a questa intuizione hanno potuto raggiungere un risultato di tutto rispetto nel campo delle rinnovabili: più della metà di tutta l’energia prodotta  (per la precisione il 60%) viene generata a partire dall’acqua.

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Una parte consistente arriva dallo scioglimento dei ghiacciai, che sulle Alpi sono più abbondanti che in ogni altra parte d’Europa. Una scelta, quella di sfruttare l’energia idroelettrica, fatta quando ancora non si parlava di cambiamento climatico, ma che si è rivelata decisamente in anticipo sui tempi.

Fonte: glamos.ch

L’imprevista disponibilità di acqua dovuta allo scioglimento dei ghiacciai garantisce, infatti, un inaspettato surplus di energia utile al paese durante i picchi di richiesta. Ma gli ingegneri delle società che gestiscono gli impianti sanno bene che il fenomeno non sarà eterno: si stima che entro il 2090 buona parte potrebbe essere sciolta.

Svizzera: dopo Fukushima, addio al nucleare?

Solare, geotermico, eolico: le alternative non mancano. La strategia energetica nazionale guarda in prospettiva, soprattutto dopo il disastro di Fukushima nel 2011, quando il governo promise all’opinione pubblica un graduale abbandono delle cinque centrali nucleari del paese.

Ma l’acqua conta ancora parecchio nei piani di Berna. E così il territorio viene studiato grazie a rilevazioni dall’alto alla ricerca di vallate che potranno diventare bacini per realizzare nuove dighe grazie proprio al ritiro dei ghiacciai, che lasciano dietro di sè enormi spazi dove raccogliere acqua da convogliare nelle condotte forzate.

Come ha dimostrato l’esperienza del secolo scorso, guardare lontano aiuta. Ma le dighe possono significare disastri, e la storia del Vajont e di Logarone è ancora lì a ricordarcelo.

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