Ormea, i migranti puliscono i boschi. Col Dl Sicurezza rischiano il rimpatrio
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Ultimo aggiornamento il 6 marzo 2019 alle 10:23

Ormea, boschi puliti grazie ai migranti. Col Decreto Sicurezza rischiano il rimpatrio

Nel 2016 il progetto "Nuove Radici" ha avviato un processo di integrazione: venti richiedenti asilo hanno imparato la manutenzione di castagneti e meleti. StartupItalia! ha intervistato il sindaco del comune piemontese

Della vicenda si era occupato anche Massimo Gramellini su La Stampa. Fece rumore la decisione di un albergatore di Ormea, in provincia di Cuneo, di aprire le porte a 35 immigrati nel 2015. Cittadini e commercianti protestarono, si offrirono perfino di pagare di tasca loro pur di non ospitarli. A quel punto il sindaco scelse un’altra via: integrazione attiva per coinvolgere i richiedenti asilo in un percorso prima formativo e poi lavorativo. Sistemò gli immigrati in un immobile dismesso divenuto Centro di Accoglienza Straordinario (CAS) e l’anno dopo avviò il progetto “Nuove radici” per la pulizia dei boschi e la cura del verde. «Con questi giovani siamo stati chiari: dovevano adattarsi a lavori che qui nessuno vuole fare più».  Il sindaco di Ormea, Giorgio Ferraris, ha spiegato a StartupItalia perché un percorso di integrazione simile ha avuto successo. E perché con il Decreto Sicurezza il futuro di questi migranti è a rischio.

Un antidoto allo spopolamento dei borghi montani

Ormea è uno dei tanti  piccoli borghi sparsi in tutta Italia che si confrontano con i rischi dello spopolamento. «L’età media dei nostri 1600 abitanti è sessant’anni. È difficile trattenere i giovani. La nostra economia – spiega il sindaco – si basa su circa 70 attività tra alberghi e ristorazione che lavorano con i turisti». Ad attrarli in quest’angolo del Piemonte tra Francia e Liguria sono anche i boschi e i sentieri. «Abbiamo migliaia di ettari di castagneti e meleti in gran parte abbandonati. Così abbiamo chiesto ai proprietari di poterci fare qualcosa senza un corrispettivo: i migranti li hanno puliti, hanno raccolto i frutti e li hanno rivenduti». A guadagnarci però è la collettività: boschi in ordine e curati sono un bel biglietto da visita per un piccolo centro come Ormea. In più, si prevengono rischi come gli smottamenti e gli incendi estivi.

Ora questi ragazzi vorrebbero soltanto rimanere a Ormea

Grazie alla Scuola Forestale professionale presente nel cuneese una ventina di richiedenti asilo, in gran parte provenienti dall’Africa subsahariana, hanno imparato le regole di base della sicurezza sul lavoro e la pratica per l’utilizzo degli strumenti necessari alla pulizia dei castagneti. «Dalla Regione Piemonte abbiamo ricevuto 20mila euro per comprare l’attrezzatura. Quest’esperienza ha presto dato i suoi frutti: due giovani hanno trovato lavoro in una ditta ligure, un altro in un’azienda agricola, gli altri sono attivi in una cooperativa che qui a Ormea lavora per la tutela e la valorizzazione dei boschi». Risultati che, col tempo, hanno raffreddato rabbia e sospetto verso gli immigrati da parte dei residenti.

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Ormea e il Decreto Sicurezza

Terminato il progetto “Nuove Radici”, il lavoro nei castagneti è diventata una vera professione. La cooperativa agricola “La volpe e il mirtillo” è stata fondata lo scorso anno proprio per proseguire un percorso di integrazione calato nel settore green. «Puliamo i sentieri e battiamo nuovi percorsi. Abbiamo recuperato un alpeggio e abbiamo fatto manutenzione alle prese d’acqua dell’acquedotto pubblico». Paola Colombo è la presidente della cooperativa dove sono coinvolti e contrattualizzati 15 migranti che a Ormea hanno trovato la propria dimensione. «Gli garantiamo il contratto di lavoro nazionale in ambito agricolo. Se hanno un lavoro possono aspirare a rimanere in Italia».

L’abrogazione della protezione umanitaria stabilita nel Decreto Sicurezza complica però casi di accoglienza come quello di Ormea, dove i richiedenti asilo potrebbero non vedersi riconosciuta la protezione umanitaria rischiando così la procedura di espulsione. Complessa nelle procedure, visti i numeri e le difficoltà negli accordi con i Paesi di origine. «In un Comune come il nostro – conclude il Sindaco Ferraris – l’integrazione ha più opportunità anche grazie al controllo sociale degli abitanti, che ad esempio in passato ci avevano segnalato anche casi di spaccio su cui siamo intervenuti».

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