Italia: un Paese dall'economia ben poco circolare - Impact
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Ultimo aggiornamento il 8 marzo 2019 alle 5:25

Italia: un Paese dall’economia ben poco circolare

Il rapporto 2019 sull'economia circolare realizzato dal Circular Economy Network se letto con attenzione mette in luce tutti i ritardi italiani

Economia circolare. Da qualche tempo sembra, l’ennesima, ricetta salvifica per i comparti industriali alle prese da un lato con ricorrenti crisi congiunturali, dall’altro con la questione delle risorse – che non possono essere infinite – e dei rifiuti, che non possono essere prodotti in quantità enormi. Come dimostra la vicenda della plastica che ormai si trova persino nella fossa delle Marianne, in pieno Oceano Pacifico a oltre 11mila metri di profondità. E la soluzione è quella di una classica semplicità complessa: ossia utilizzare come materia prima i rifiuti, debitamente riciclati. Un concetto semplice che si scontra con un principio di realtà evidente. Quello delle migliaia di sostanze usate nella manifattura.

Economia circolare sgonfia

Pensate che in Europa, oggi, le industrie usano oltre 30mila sostanze chimiche in quantità maggiori a una tonnellata e circa 70mila composti. Numeri che danno un’immagine della complessità che si cela dietro al tentativo di dare una circolarità ai materiali. Gara difficile, nella quale per; l’Italia per una volta è, forse, sul podio. Però non senza parecchi problemi. Il nuovo rapporto 2019 sull’economia circolare realizzato dal Circular Economy Network (CEN), infatti, se da un lato assegna, nel confronto tra le cinque più importanti economie europee, all’Italia la medaglia d’oro prima del Regno Unito, della Francia, della Germania e della Spagna, fa anche notare che la posizione del BelPaese è immutata rispetto all’anno precedente e si registrano segnali di rallentamento.

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Un anacronismo visto che in tutto il mondo le questioni ambientali sono sempre più all’ordine del giorno. «L’Italia vanta sicuramente grandi risultati vista la rilevanza che l’economia circolare ha avuto e ha nel nostro Paese. Dobbiamo però impegnarci a tenere alto il livello delle nostre performance. Servono un piano e una strategia nazionale, una regolazione sull’end of waste che permetta ai numerosi progetti industriali in attesa di autorizzazione di partire. – ha detto Edo Ronchi, presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile e del Circular Economy Network – Ma serve anche una visione politica e amministrativa che manovri le leve della fiscalità, degli incentivi all’innovazione in favore dell’economia circolare, che va pensata non come un comparto, ma come un vero e proprio cambiamento profondo di modello economico». Nel nostro articolo abbiamo utilizzato il confronto con tutte le nazioni Ue, presente nel rapporto, e non con le principali economie come invece è stato fatto nella sintesi, perché usando solo questi dati si darebbe una percezione errata dell’economia circolare in Italia.

Produttivi ma non troppo

Vediamo il dettaglio iniziando dalla produzione. L’Italia sulla produttività delle risorse nel 2017 è quarta. Per ogni chilogrammo di risorsa consumata, a parità di potere d’acquisto, la nostra nazione genera 3 € di PIL, contro una media europea di 2,24 e valori tra 2,3 e 3,6 delle altre grandi economie europee, ma assai distante dalla prima in classifica che è l’Olanda con 4,2. Però siamo in frenata. Nel 2014 eravamo a 3,24 e negli anni successivi siamo stati fermi. Situazione identica per la produttività energetica, settore nel quale siamo sugli stessi valori dal 2014 con 10,2 € di PIL per kg equivalente di petrolio, sopra la media europea che è di 8,5 €, ma sesti in posizione complessiva, molto distanti dalla capofila che in questo caso è l’Irlanda e che appare irraggiungibile con la quota di 17 €. Quindi siamo oltre la media europea in entrambi i casi, ma in una fase di retromarcia e lontani dalle eccellenze.

Contraddizioni

Ottimo invece, anche in termini assoluti la valutazione delle performance della produttività totale delle risorse (materiali, acqua, energia e intensità delle emissioni dei gas climalteranti), nella quale ci piazziamo al secondo posto con una performance di tutto rispetto. In questa classifica l’Italia con 180, il valore è corrispondente all’indice che coniuga le performance, ha davanti a sé solo il Lussemburgo (183), mentre le altre grandi nazioni sono, al secondo posto la Spagna (162), seguita dal Regno Unito (160), la Germania (121) e la Francia (110). Una posizione che non trova riscontro, se consideriamo i benefici socio-economici totali derivanti dalle attività delle eco-imprese e l’economia circolare in termini di export, occupazione e fatturato. In questo caso l’Italia è al 13° posto poco sopra il valore europeo (101) con, se consideriamo le grandi nazioni al primo posto la Germania, seguita dall’Italia, dalla Francia (89), dal Regno Unito (82) e dalla Spagna (72).

Poco efficienti

Circa la produzione complessiva di rifiuti per consumo di materiale interno, altro indicatore che monitora l’efficienza del consumo di materiale siamo messi male. Nel 2014, ultimo anno di dati disponibili, questo indicatore ha assunto il valore di 12,8% per l’intera Unione Europea, più è basso e più si è virtuosi e di 22,7% per l’Italia. Uno dei valori più alti d’Europa, siamo al quarto posto della classifica negativa dietro a Belgio, Estonia e Paesi Bassi.

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Nella media, invece, per quanto riguarda l’ecoinnovazione ossia la valutazione delle imprese che hanno investito per il miglioramento delle proprie prestazioni ambientali rispetto al numero totale delle imprese operanti in ogni Paese.  osserviamo che a livello. L’Italia con un valore di 111 si colloca al 10° posto, ben distante da Finlandia 155 e Germania con 151, ma ben sopra alla Francia che è ultima in classifica con 10.

Consumi circolari? No grazie

Ma la nota veramente dolente arriva dal settore dei consumi dove ci poniamo nelle parti peggiori della classifica. Prendendo come indicatore la raccolta di vestiti usati l’Italia, a fronte di un consumo elevato di prodotti tessili, ha un tasso di raccolta basso: 11% (consumo 14,5 kg/procapite/anno) contro il 70% della Germania (consumo 16,7 kg/procapite/anno). Insomma sui vestiti, indicatore sociale per eccellenza, siamo tra i peggiori con una raccolta di 2,2 kg/procapite/anno, contro i 12,5 kg/procapite/anno.

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E le cose non vanno bene nel settore della riparazione dove le quasi 25.000 aziende attive nel settore nel 2016 hanno generato a livello nazionale 2,2 Mld€, con una riduzione di 789 M€ rispetto al 2008, ponendosi dietro la Francia (4,9 Mld€), la Germania (2,6 Mld€) e il Regno Unito (5,3 Mld€). In base a questi dati abbiamo calcolato che in pratica siamo il paese che ha perso di più valore, tra il 2007 e il 2016, durante gli anni della crisi, e quindi la propensione alla riparazione: meno 34,9%. E siamo al penultimo posto per valore procapite nel riparare gli oggetti con una spesa di 37,2 € p/c nel 2016, contro i 72,94 p/c della Francia.

Sulla redditività media delle imprese di riparazione si nota che nel Regno Unito un’impresa del settore genera un valore annuo di oltre 655.000 €, in Germania 210.000 €, in Francia 121.000 €, in Italia quasi 92.000 € e in Spagna 61.000 €. In Italia ogni impresa di riparazione ha ridotto il suo valore di produzione di circa 10.000 € dal 2008 al 2016. E non va bene nemmeno per quanto riguarda l’occupazione. Gli addetti nelle imprese di riparazione nel Bel Paese nel 2016 sono stati oltre 12.709, con un calo di 1.000 unità rispetto al 2008, mentre Francia, Germania e Spagna impiegare un numero di addetti doppio di quello italiano, per non parlare del Regno Unito dove gli adetti sono 56.365.

Tabella 1: Numero di occupati nelle imprese della riparazione, 2008-2016

2008 2012 2016
Germania 21.908 21.390 27.313
Francia 39.317 36.019 30.788
Italia 13.777 13.973 12.709
Regno Unito 32.329 28.944 56.365
Spagna 28.592 25.794 29.257

Fonte: Elaborazione Fondazione Sviluppo Sostenibile su dati Eurostat

Insomma se osserviamo l’Italia sotto al profilo delle riparazioni degli oggetti, per cui nella lotta all’obsolescenza che sia programmata o no, siamo il paese con una spesa tra le più basse e con il trend più negativo. Un indicatore sociale di propensione all’economia circolare molto ma molto basso. Forse un poco d’attenzione in più verso all’ambiente, e al portafogli, non guasterebbe.

Tab 2:  Valore della produzione delle imprese della riparazione, trend e valore procapite

2007 2008 2015 2016 Differenza ML€ Differenza % € p/capite 2016
Germania 2.513 2.108 2.496 2.653 140 5,28% 32,04
Spagna 2.020 1.969 1.788 1.854 -166 -8,95% 39,81
Francia 5.211 4.844 5.253 4.896 -315 -6,43% 72,94
Italia 3.050 3.087 2.155 2.261 -789 -34,90% 37,32
UK 3.014 5.348 2.334 43,64% 45,65

Fonte: Elaborazione dell’autore su dati Fondazione Sviluppo Sostenibile ed Eurostat

Rifiuti nella media

Per quanto riguarda i rifiuti urbani e il loro riciclo siamo nella media. In Italia nel 2016 abbiamo prodotto 497 kg/ab, contro una produzione media europea di 483 kg/ab, e ne abbiamo riciclati il 45,1% in linea con la media europea. Così come lo smaltimento in discarica è sempre in media con la Ue: il 25%. Il riciclo di tutti i rifiuti invece pone l’Italia al quarto posto, con un valore del 67%, parecchio superiore alla media europea che è del 55%, con una produzione di tutti i rifiuti, non solo quelli urbani, nel 2016 di 2.706 kg/ab la metà della Ue.

Una produzione che non circola

E sulla circolarità della produzione Italia e Ue non sono messi assolutamente bene. Nella UE il tasso di utilizzo circolare di materia nel 2016 è stato dell’11,7%, del 17,1% in Italia, del 29% nei Paesi Bassi, in Belgio è del 20,6%, in Francia del 19,5%) e nel Regno Unito, del 17,2%. Ma cosa ci facciamo del materiale da riciclo che avanza? Semplice lo esportiamo fuori dalla Ue. Nel 2017 il bilancio dell’import/export di materiale riciclato registra un rapporto dell’export sei volte superiore a quello dell’import. Ossia in Europa non siamo in grado di reimmettere il materiale da riciclo nei processi produttivi e così movimentiamo oltre 40 milioni di tonnellate l’anno di merce. Con buona pace dei costi ambientali di trasporto.

Poca innovazione

E veniamo alle dolenti note dell’innovazione nel settore. Partiamo dai brevetti relativi al riciclo e alle materie prime seconde. Nel 2014 nell’Unione europea sono stati depositati 338 brevetti, di cui complessivamente quasi il 50% dalla Francia (83, pari al 25%) e dalla Germania (75, pari al 22%), con l’Italia fanalino di coda con 15 brevetti :15 (il 4% del totale). Prima del Bel Paese oltre Francia e Germania, ci sono Polonia (28), Regno Unito (22), Spagna (20) e Paesi Bassi (16). Insomma le novità in materia di economia circolare non sono dalle nostre parti. E l’innovazione? Prima di tutto si chiama Ecoinnovazione ed è divisa in due segmenti. L’input che rappresenta gli investimenti per le attività di eco innovazione realizzate da aziende, organizzazioni di ricerca e altre istituzioni, ovvero, tutto ciò che permette la creazione di innovazione in un Paese. E valuta tre voci:

  • gli stanziamenti e le spese dei Governi in materia di ambiente ed energia in ricerca e sviluppo;
  • il personale e i ricercatori totali impiegati in ricerca e sviluppo;
  • il valore totale degli investimenti green.

L’output sono, invece, i risultati immediati delle attività di eco innovazione che permette di monitorare la misura di quanta conoscenza generata da aziende e ricercatori sia riferita all’eco innovazione. L’eco innovation output tiene conto di:

  • i brevetti relativi all’eco innovazione;
  • le pubblicazioni accademiche relative all’eco innovazione;
  • la copertura mediatica relativa all’eco innovazione.

Riguardo l’input di eco innovazione l’Italia è arretrata, con il 17° posto nell’UE con un indice di 66, la media è 100. I Paesi che, secondo la Commissione europea, si dimostrano leader nell’input di investimenti per l’eco innovazione sono la Finlandia (200), la Germania e Danimarca (178), la Svezia (166), la Slovenia (141) e la Francia (118).

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Per output l’Italia è all’11° posto con un valore di 112 poco superiore al dato europeo. Ma molto distante dai leader che sono il Lussemburgo (220), la Finlandia (202), la Svezia (182), la Danimarca (154), la Slovenia (153), la Grecia (142), la Spagna (139), la Germania (130) e l’Austria (115).

La situazione migliora un poco se prendiamo l’indice generale di eco innovazione che mira a definire i diversi aspetti dell’eco innovazione, applicando 16 indicatori raggruppati in cinque dimensioni: input di eco-innovazione, attività di eco-innovazione, risultati di eco-innovazione, efficienza delle risorse e risultati socio-economici. In questa classifica complessiva ci piazziamo al settimo posto con 113 punti, abbastanza lontano dalla terza classificata che è la Germania con 139.

Occupazione dubbia

Per quanto riguarda gli addetti nel campo dell’economia circolare il rapporto, come la Ue, tiene in considerazione quelli del riciclo, della riparazione e riutilizzo. E qui ci sarebbe già molto da dire sulla sovrapposizione di ruoli con l’economia lineare. Nel segmento del riciclo ci sono anche tutti gli addetti alla filiera dei rifiuti che sono presenti anche nell’economia lineare così come nel settore della riparazione, si pensi all’automotive. Comunque prendendo per buona questa definizione generale in Italia ci sono 510.000, il 2,08% della forza lavoro. In termini assoluti siamo al secondo posto dopo la Germania che ne ha 641.000, l’1,47% degli occupati generali. «Nei settori del riciclo, del riuso e della riparazione l’Italia registra un ottimo livello di occupazione, il 2,1% del totale, al di sopra della media Ue 28 che si ferma a quota 1,7% – dice il vicepresidente del Circular Economy Network Luca Dal Fabbro – Dobbiamo lavorare per rafforzare ulteriormente questa posizione, facendo in modo che le istituzioni e le aziende riescano a lavorare in maniera sempre più sinergica».

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Insomma nel complesso per l’Italia, ma anche per l’Europa, non tutto ciò che luccica è circolare e sarebbe ora di investire in risorse, in competenze e in infrastrutture ad hoc per l’economia circolare che soffre, a quanto si è visto degli stessi problemi, specialmente in Italia, che hanno afflitto quella lineare dal dopoguerra a oggi. Assenza di investimenti strutturali coordinati, di una vera politica industriale e di una vera simbiosi di sistema. Ancora prima di quella industriale.

 

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