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Apr 9, 2019

Il Po è un fiume di plastica. Rifiuti che la siccità porta a galla

Non ci sono solo i cambiamenti climatici. L'altra emergenza mondiale è figlia della cultura usa-e-getta che avvelena il pianeta e uccide la fauna. Mai così palpabile anche in Italia ora che i fiumi sono in secca

È come se un camion scaricasse, ogni minuto, una montagna di plastica in acqua.

Sono 9 milioni le tonnellate di rifiuti che inquinano ogni anno oceani, mari e fiumi di tutto il mondo. A seguito della siccità di questi mesi sono emersi sacchetti, bottigliette, bustine (l’inventario è infinito) che ora “decorano” gli alvei in secca. Lungo il Po, ad esempio, la più grande autostrada acquatica dello Stivale. Le immagini che siamo andati a catturare sono inquietanti.

Il pericolo per il Po arriva anche dai giocattoli

«In Italia il riciclo è al 45%, siamo sopra la media europea – spiega a StartupItalia Eva Alessi, Responsabile nazionale consumi sostenibili e risorse naturali del WWF». «Ma il grosso problema – continua – è che questo processo coinvolge solo gli imballaggi. Nessuno, per intenderci, ricicla i giocattoli e le bambole». In Europa per lo meno cominceremo dal 2021 a mettere al bando la plastica monouso con l’obiettivo di riciclo delle bottigliette al 90% entro il 2029. A giudicare dallo stato in cui versa il Po denunciato da questi giorni di siccità, potrebbe essere troppo tardi.

La plastica è per sempre

Non finisce soltanto nella pancia dei grandi mammiferi: la plastica, come l’acqua su cui galleggia, si fa strada ovunque. «L’80% delle materie plastiche che troviamo negli oceani viene da fonti terresti e i fiumi sono tra i principali veicoli della macroplastica in mare».

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Ma quanto dura la plastica che abbandoniamo nell’ambiente o perché non la ricicliamo, o (peggio) perché ce ne disfiamo in maniera irresponsabile? «Parliamo di un materiale non biodegradabile – premette l’ecotossicologa del WWF – ma se dobbiamo stimare il periodo di vita della sporcizia in acqua si calcola che il filtro di una sigaretta duri cinque anni, un bicchiere di plastica cinquanta. Poi ci sono i fili da pesca: 600 anni».

E quanto male fa tutto questo agli ecosistemi marini? In dollari il danno è stato calcolato in 8 miliardi annui come ha riferito l’Unep, il programma delle Nazioni Uniti per l’Ambiente, secondo cui la plastica colpisce tanto pesca, quanto commercio e turismo. Stando a quanto riporta il WWF – che si basa soltanto su dati di letteratura scientifica – sono 700 le specie marine minacciate dalla plastica e il 15% di queste vengono classificate come “minacciate” o “in pericolo” di estinzione.

La plastica (purtroppo) sazia

Il recente caso del capodoglio trovato morto in Sardegna, nella cui pancia sono stati pesati 22 kg di plastica, è soltanto l’ultimo triste episodio. A metà marzo il New York Times  scrisse di addirittura 40 kg di plastica contenuti nella pancia di una balena spiaggiata nelle Filippine. Il guaio, sostengono gli esperti, è che rifiuti simili darebbero a questi mammiferi una falsa sensazione di sazietà.

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Ma perché mai uccelli, tartarughe, pesci e grandi mammiferi dovrebbero mangiare la plastica? «Gli uccelli marini – risponde Eva Alssi – scelgono il cibo in base all’olfatto e la plastica che rimane tanto in mare ne prende il sapore. È come una trappola olfattiva che inganna anche i pesci. Esperimenti recenti hanno dimostrato che le acciughe non mangiano le microplastiche se queste ultime sono state appena gettate in un acquario. Diversa cosa invece se queste odorano di mare: in quel caso le scambiano per krill».

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Geograficamente, tra i 10 fiumi più inquinati da plastica (che poi sfoga in mare) otto sono asiatici e due africani. Tra i principali paesi “produttori” troviamo Cina, Indonesia e proprio le Filippine.

Il problema non è la plastica, ma l'abitudine dell'usa-e-getta

L’impatto sugli animali del Po

«Sono tre i modi in cui questo materiale può danneggiare gli animali: intrappolamento, ingestione e avvelenamento». Fa impressione la quantità di bottigliette e altra immondizia che abbiamo ritrovato camminando per poche centinaia di metri lungo il Po a Cremona, dove la riva sembra ospitare un’installazione di denuncia della natura contro l’uomo. Rami e tronchi trasportati dall’ultima piena si sommano a ogni tipo di oggetto che – prima o poi – potrebbe finire nel Mediterraneo.

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«Il nostro è un mare chiuso, una vera e propria trappola per i rifiuti a causa del ricambio d’acqua lentissimo. Il 18% dei tonni e pesci spada nel Mediterraneo ha plastica nello stomaco». Microplastiche, frammenti e detriti che nessun filtro può catturare. Un serio problema che sta in acqua, ma che rischia di finire sulle nostre tavole. Dunque nel nostro stomaco.

Proprio come una città molto sporca, anche il Po ha necessità della nettezza fluviale. Ci hanno provato con il progetto sperimentale “Il Po d’Amare”, realizzato in collaborazione con l’Autorità di Bacino Distrettuale del fiume Po e voluto anche dalla Fondazione Sviluppo Sostenibile. Appena concluso il lavoro di quattro mesi ha portato alla raccolta di quasi tre quintali di rifiuti (di cui il 40% plastici) grazie a dighe galleggianti raccogli-sporcizia.

La speranza viene dalle nuove generazioni

Occorre dunque immaginare un futuro no plastic? «Certo che no: senza avremmo terribili conseguenze in tanti ambiti, dall’ospedaliero a quello dei trasporti». La chiave secondo l’esperta sta piuttosto nel capire come evitare che si produca troppa plastica destinata all’abitudine dell’usa-e-getta. «Dovrebbe esserci un sistema di rendicontazione standardizzato per il quale ogni Stato informa su quanta plastica produce e quanta ne ricicla. Ad oggi ognuno ha i suoi criteri ed è difficile fare stime».

Come Greta Thungberg che si batte contro i cambiamenti climatici, anche Haaziq Kazi ha uno scopo: questo 12enne indiano vuole salvare il mondo dalla plastica grazie a Ervis, una nave cattura rifiuti. Per la rotta da impostare si potrebbe partire da quelle nuove terre emerse che galleggiano nel Pacifico, isole di rifiuti e immondizia lì a testimonianza di quanto grave sia la situazione.

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