Il Sarno affoga nella plastica. La denuncia di Greenpeace - Impact
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Ultimo aggiornamento il 31 maggio 2019 alle 11:15

Il Sarno affoga nella plastica. La denuncia di Greenpeace

Un tempo lungo i fiumi sorgevano le antiche civiltà. Oggi i fiumi sono testimonianza della nostra inciviltà. E Sarno è l'ultimo esempio di una lunga serie

Su Impact riportiamo spesso immagini di fiumi che affogano, letteralmente, nella plastica. In genere sono corsi d’acqua del cosiddetto “terzo mondo”, appellativo che ci fa rabbrividire, ma che fa capire come, in certe parti del mondo, fame e miseria abbiano per forza la meglio sulla cura dell’ambiente. Quelle che seguono sono, invece, immagini di un fiume italiano: il Sarno, corso d’acqua campano molto breve eppure incredibilmente inquinato.

Foto: GreenPeace

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L’indagine di Greenpeace

A denunciare lo stato in cui versa il Sarno, e cosa sversano le sue acque sul litorale, è Greenpeace. «Bottiglie, flaconi, bicchieri, buste, confezioni per alimenti e tanti altri contenitori e imballaggi in plastica usa e getta sommergono l’area marina in prossimità della foce del fiume Sarno in Campania», riporta chi ha compiuto l’attività di ricerca e documentazione svolte da Greenpeace e Castalia nell’ambito del Tour MayDaySOSPlastica.

 

 

 

Sarno, uno “scenario scioccante”

«Uno scenario scioccante con enormi quantità di rifiuti che invadono spiaggia e fondali, figlio inevitabile del modello di consumo basato sull’impiego di grandi quantità di plastica usa e getta»,  ha dichiarato Giuseppe Ungherese, responsabile Campagna Inquinamento di Greenpeace Italia.

 

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«Come se non bastasse dobbiamo ricordare che quella documentata è solo la parte visibile del problema, i fiumi possono portare in mare anche grandi quantità di microplastiche non individuabili a prima vista»,

Foto: GreenPeace

L’Associazione ambientalista inoltre riporta che, secondo studi recenti, l’80 per cento delle microplastiche – particelle inferiori ai 5 millimetri di dimensioni – ha origine in ambienti terrestri e da lì, trasportata principalmente dai fiumi, arriva nei mari di tutto il mondo. I fiumi «sono veri e propri nastri trasportatori di rifiuti plastici dai centri urbani fino a quella che sta ormai diventando la più grande discarica del Pianeta: il mare».

Microplastica, un inquinamento “elusivo e pervasivo”

Il vero pericolo è infatti rappresentato dalla plastica che non si vede. Secondo una ricerca del dipartimento di Chimica e Chimica Industriale dell’Università di Pisa coordinata dal professore Valter Castelvetro che aveva analizzato campioni di sabbia raccolti nei pressi delle foci dei fumi Arno e Serchio, aveva dimostrato il fatto che ci siano ormai notevoli quantità di materiale polimerico parzialmente degradato, fino a 5-10 grammi per metro quadro di spiaggia, derivante per lo più da imballaggi e da oggetti monouso abbandonati in loco, ma in prevalenza portati dal mare.

Foto: GreenPeace

Le nostre spiagge? Polvere di rasoi usa e getta e contenitori di CD

In quell’occasione, i ricercatori avevano trovato frammenti infinitesimali di poliolefine, di cui sono fatti ad esempio gran parte degli imballaggi alimentari, e di polistirene, una plastica rigida ed economica usata anche per i contenitori dei CD o i rasoi usa e getta. Questi residui variamente degradati sono stati ritrovati in quantità diversa a seconda della distanza dal mare, più concentrati nella zona interna e dunale per effetto della progressiva accumulazione rispetto alla linea della battigia.

Il Po è già un fiume di plastica

Ancora più recentemente, il nostro inviato Alessandro Di Stefano aveva risalito il Po, il principale fiume del Paese, in secca a seguito della siccità invernale documentando il fatto che il suo letto fosse ricoperto da rifiuti plastici. L’allarme che arriva da Greenpeace è solo l’ultimo di una lunga serie che dovrebbe farci riflettere su ciò che annualmente buttiamo in mare. E il Mediterraneo è un mare chiuso, quindi la plastica resta esattamente dove la gettiamo. Quando non viene ingurgitata dai pesci per finire nei nostri piatti.

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