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Lug 19, 2019

Lo spettacolo delle nuove imprese di comunità

Sta emergendo nel nostro Paese una moltitudine di micro-esperienze che fioriscono in maniera inattesa proprio dove la vulnerabilità e la scarsità di risorse sono maggiori, dove lo Stato e il Mercato non arrivano

La narrazione legata ai luoghi e alla loro rigenerazione si sta allargando sempre di più. Se da un lato cresce in maniera preoccupante il peso e l’influenza dei grandi monopolisti delle piattaforme (cross-sector per natura e in quanto tali difficilmente regolamentabili), dall’altro sta emergendo nel nostro Paese una moltitudine di micro-esperienze che fioriscono in maniera inattesa proprio dove la vulnerabilità e la scarsità di risorse sono maggiori, dove lo Stato e il Mercato non arrivano. Non esiste un codice o un articolo normativo per riconoscerle (vanno incontrate) e sfuggono a qualsiasi definizione. Sono esperienze pragmatiche, si rifiutano di essere modellizzate per scalare, poiché si nutrono a piene mani di “sense making”, assumono le sembianze delle comunità o dei “changemaker” che le attivano e proprio per questo sono tutte “oggetti unici”.

I ragazzi di Innesto

Sto parlando delle nuove imprese di comunità ossia di tutte quelle economie di luogo che alimentano una economia diversa, fondata sulla “varietà e l’ibridazione”; imprese autentiche che stanno hackerando le teorie mainstream sullo sviluppo locale basate sull’entropizzazione delle risorse e degli investimenti intorno ai grandi centri urbani e sulla conseguente narrazione eroica del “margine” e delle “aree interne”. Le puoi trovare in forma di “spa” come nel caso di Farm Cultural Park (Favara – AG), di “srl” come nel caso di Wonder Grottole (Grottole – MT), di cooperativa di lavoro come i Briganti di Cerreto (Cerreto Alpi – RE), di cooperative d’inserimento lavorativo come L’innesto (Gaverina Terme – BG) o di “rete” come nel caso della “Rete dei Borghi in Abruzzo” che associa 9 cooperative di comunità per rilanciare lo sviluppo nelle zone colpite dal terremoto.

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Il denominatore comune a tutte queste esperienze sta nell’essere imprese sociali, ossia organizzazioni che hanno la loro funzione obiettivo nel raggiungimento di finalità legale ad un interesse che non è la massimizzazione del profitto: l’innovazione e il rischio dei promotori sono, infatti, tesi a generare valore da condividere con la comunità. Sono minoranza, ma rappresentano dei traccianti per uno sviluppo ben più grande. Sono la dimostrazione che “il valore risiede in ciò che è unico ad un luogo” e che non esiste rigenerazione sostenibile senza una “comunità”.

Oltre il localismo, per una diversa idea di competitività

Non siamo, a mio avviso, di fronte ad un rinascimento del localismo, bensì ad un momento storico in cui la crisi entropica (cioè di senso) che stiamo vivendo, sta riscoprendo un’economia più civile, un’economia in cui “la persona conta”: tratti questi, ben visibili anche nelle imprese for profit, anch’esse sempre più “intenzionalmente sociali” e protagoniste di azioni non più derubricabili come “CSR” ma come vere e proprie strategie d’impresa. Gli ultimi dati ISTAT ci raccontano infatti come le industrie stiano tornando ad investire nella “provincia” e come la filiera produttiva si stia legando sempre di più al territorio. Questi segnali non appartengono ad un banale “reshoring”, ma alla crescente consapevolezza che il territorio è la piattaforma principale per competere nel mondo. E il territorio non è un giacimento cristallizzato di risorse, ma una moltitudine di asset da mobilitare e su cui investire.

Una proposta, in discontinuità

Il valore è una molecola che vive nei luoghi e occorre costruire una strategia intenzionale per poterla individuare e valorizzare. Per superare le crescenti disuguaglianze, ridurre le polarità fra territori e dilatare lo spazio d’inclusione e di conoscenza è necessario rimettere al centro, come ha recentemente scritto Raghuram Rajan, “Il Terzo Pilastro” ovvero la Comunità. Ecco perché è quanto mai necessaria un’alleanza fra le nascenti imprese di comunità e le imprese che competono condividendo il valore e investendo nel ben-essere del proprio territorio. Forse è arrivato il momento di testare nuove formule e modelli d’innovazione e di incubazione che superano i tradizionali percorsi legati all’exit. Iniziamo a sperimentare percorsi “di cross fertilization” fra l’iperlocale delle imprese di comunità e l’iperglobale di quelle imprese che competono nel mondo ma che hanno radici e cuore nel territorio: sono certo che l’effetto potrebbe essere dirompente in termini di innovazione e generatività.

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