A 18 anni inventa un liquido che attrae la plastica. E Google lo premia immagine-preview

Ago 8, 2019

A 18 anni inventa un liquido che attrae la plastica in mare. E Google lo premia

Il vincitore del Google Science Fair ha ideato un fluido che, disciolto in acqua, attira le microplastiche presenti

Un liquido magnetico in grado di attrarre la plastica. Una specie di spugna capace di assorbire l’olio. Sembra una magia, invece è scienza. Delle più elementari, eppure nessuno ci aveva mai pensato. Almeno fino all’arrivo di Fionn Ferreira, promettente scienziato in erba di appena 18 anni che ha scoperto un modo che sembra veloce, economico e anche sicuro per debellare il rischio della plastica e delle microplastiche in mare.

 

 

Come funziona il liquido magnetico

L’invenzione del ragazzo irlandese altro non è che un composto casereccio. Olio e magnetite (polvere di ossido di ferro) disciolti assieme, capaci di attrarre le micro-plastiche disperse in mare. In presenza di acqua, il ferrofluido attira le microplastiche a causa delle proprietà non polari di entrambi. “Ho studiato questo metodo di estrazione su dieci diversi tipi di microplastiche. La concentrazione di materie plastiche prima e dopo è stata misurata con uno spettrometro di mia realizzazione e un microscopio”, ha detto Fionn Ferreira. I risultati hanno supportato l’ipotesi del ragazzo confermando una capacità di estrazione del materiale inquinante pari all’85%.

Resta da capire se sia possibile sversare in mare litri e litri di olio e polvere di ossido di ferro nel tentativo di radunare in un unico posto le microplastiche. Probabilmente no, anche se, in linea teorica, il composto usato dallo scienziato 18enne non è inquinante. Resta il fatto che la sua invenzione gli ha permesso di vincere il primo premio del Google Science Fair.

Le nostre spiagge? Polvere di rasoi usa e getta e contenitori di CD

L’invenzione del ragazzo irlandese potrebbe consentire di arginare un problema, quello della microplastica, che sta diventando sempre più preoccupante. Una ricerca del dipartimento di Chimica e Chimica Industriale dell’Università di Pisa coordinata dal professore Valter Castelvetro che ha analizzato campioni di sabbia raccolti nei pressi delle foci dei fumi Arno e Serchio, ha dimostrato il fatto che ci siano ormai notevoli quantità di materiale polimerico parzialmente degradato, fino a 5-10 grammi per metro quadro di spiaggia, derivante per lo più da imballaggi e da oggetti monouso abbandonati in loco, ma in prevalenza portati dal mare.

In quell’occasione, i ricercatori avevano trovato frammenti infinitesimali di poliolefine, di cui sono fatti ad esempio gran parte degli imballaggi alimentari, e di polistirene, una plastica rigida ed economica usata anche per i contenitori dei CD o i rasoi usa e getta. Questi residui variamente degradati sono stati ritrovati in quantità diversa a seconda della distanza dal mare, più concentrati nella zona interna e dunale per effetto della progressiva accumulazione rispetto alla linea della battigia.

Il Po è già un fiume di plastica

Ancora più recentemente, il nostro inviato Alessandro Di Stefano ha risalito il Po, il principale fiume del Paese, in secca a seguito della siccità invernale documentando il fatto che il suo letto fosse ricoperto da rifiuti plastici. L’allarme che arriva da Greenpeace è dunque solo l’ultimo di una lunga serie che dovrebbe farci riflettere su ciò che annualmente buttiamo in mare. E il Mediterraneo è un mare chiuso, quindi la plastica resta esattamente dove la gettiamo. Quando non viene ingurgitata dai pesci per finire nei nostri piatti.

Plastica? No grazie, soprattutto in estate

Sempre il WWF ricorda quanto sia importante evitare di usare la plastica usa e getta in questo periodo, mentre si è in spiaggia. Nei mesi di picco turistico, i turisti aumentano la popolazione locale di 1/3 e, in certi resort costieri, in estate i turisti sono 4 o 5 volte la popolazione locale. Ad agosto e settembre l’aumento della popolazione fa crescere il totale dei rifiuti generati per mese del 31%, fino a 17.000 tonnellate di rifiuti in più.

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L’aumento dei rifiuti sovraccarica le capacità gestionali dei comuni, comportando la mancata raccolta dei rifiuti e attività dannose per la salute e l’ambiente. In 12 mesi, il turismo incrementa di 200.000 tonnellate i rifiuti urbani delle regioni costiere, la cui gestione ha un costo che supera gli 8,8 milioni di euro l’anno.

Oltre al danno ambientale c’è poi da considerare quello economico. Il turismo costiero genera il 12% del PIL nazionale annuale del turismo, crea 200.000 posti di lavoro nei settori dei trasporti, pernottamenti, locali e ha sulle sue spalle i costi di smaltimento dell’immondizia lasciata in spiaggia. Nel 2017, 28 milioni di turisti hanno visitato le località costiere italiane, il 60% delle presenze registrate nel Paese (50 mln).

L’inquinamento marino può causare danni alle imbarcazioni e agli attrezzi da pesca, con un impatto grave sull’economia delle zone visitate. I costi maggiori sono da imputare prioritariamente alle riparazioni e manutenzioni straordinarie dei motori e delle barche, ma anche a ritardi dovuti alla presenza di plastica nelle reti.

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L’inquinamento marino riduce sia l’offerta sia la domanda di prodotti ittici, per la morte di molti animali e per la preoccupazione dei consumatori che i pesci siano contaminati da plastica. Il WWF ha calcolato che la presenza di plastica lungo i nostri litorali faccia perdere annualmente 67 milioni di euro al settore della “Blue economy”, quel particolare mercato che riceve sostentamento dal mare.

Foto: GreenPeace

Proprio questa estate, del resto, Greenpeace ha documentato l’esistenza di una versione tutta italiana della mostruosa isola di plastica del Pacifico. Galleggia indisturbata tra l’Elba e Capraia. Proprio per questo abbiamo bisogno di ragazzi come Fionn Ferreira.

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