Altro che "Iceland". In Islanda ora i ghiacciai muoiono
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Ultimo aggiornamento il 21 agosto 2019 alle 6:49

Altro che “Iceland”. In Islanda ora i ghiacciai muoiono

Dopo il funerale di Okjökull, l'Islanda continua a fare i conti con un'estate anomala, la più calda da 140 anni. Il verde cresce per colpa del caldo. «Il danno è anche turistico»

In Islanda gli effetti dei cambiamenti climatici non si notano soltanto dallo scioglimento dei ghiacciai. Emergenza, quest’ultima, che ha spinto un centinaio di locali a organizzare un funerale per la morte di Okjökull, un ghiacciaio che fino al 2014 ricopriva un vulcano. Non una cerimonia per fanatici ambientalisti, visto che hanno partecipato anche il primo ministro, Katrin Jakobsdottir, il ministro dell’ambiente e l’ex presidente d’Irlanda. Eppure in Islanda l’innalzamento delle temperature è testimoniato anche dal tanto verde cresciuto grazie (o per colpa?) di un’estate mai così rovente con il luglio più caldo da 140 anni, come confermato dal programma europeo Copernicus. «L’anno scorso riuscivo a vedere il centro di Reykjavík dall’altopiano dove c’è il campus dell’università. Ora la vista è tutta coperta dagli alberi perché la stagione di crescita delle piante si è allungata con il caldo».

Crediti: Roberto Pagani - "Un italiano in Islanda"

Per l’Islanda una estate verde (e anomala)

Roberto Pagani vive e lavora da cinque anni in Islanda, dove insegna letteratura italiana all’Università d’Islanda. «Quest’estate c’è sempre stato il sole, con 18 gradi durante la sera. È davvero insolito. Qui abbiamo un ghiacciaio esteso il doppio del Molise e per colpa dei cambiamenti climatici si ritira di 300 metri ogni anno». Lo scioglimento dei ghiacci è stato certificato nel 2018 anche dal CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche) secondo cui è l’Artico la parte del mondo che si sta riscaldando di più. «È molto chiara – ha detto Leonardo Langone – la progressiva ‘atlantificazione’ del fiordo con un incremento della temperatura dell’acqua intermedia di 4.3 gradi a decade».

Crediti: Roberto Pagani - "Un italiano in Islanda"

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Niente è Ok

Ma ritorniamo in Islanda. La Lettera al futuro incisa sulla targa che gli islandesi hanno depositato in memoria del ghiacciaio che ricopriva il vulcano Ok ricorda che “nei prossimi 200 anni tutti i nostri ghiacciai seguiranno la stessa sorte”. Le immagini prese da Google Maps testimoniano gli effetti del surriscaldamento globale su uno dei patrimoni naturali più famosi in Islanda.

Ghiacciaio, l’identikit

«Bisogna distinguere tra i nostri ghiacciai o quelli islandesi e quelli presenti in Antartide. A differenza dei primi, questi ultimi sono fatti di ghiaccio polare, con temperature molto al di sotto della temperatura di fusione. E dunque è molto più difficile che si sciolgano». Valter Maggi è docente di “Cambiamenti climatici” all’Università Bicocca di Milano con ben 10 spedizioni nell’Antartide sul curriculum.

Crediti: Roberto Pagani - "Un italiano in Islanda"

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«I ghiacciai islandesi, ma anche la nostra Marmolada – continua Maggi – vengono chiamati temperati o in alcuni casi politermici, perché una parte è ancora fredda, ma la temperatura non è lontana dalla fusione. Dunque è più facile che succeda quel che è successo in Islanda, dove il ghiacciaio scomparso non era grande». Ma quali sono le conseguenze del ritiro dei ghiacciai oltre all’innalzamento delle acque?

Crediti: Roberto Pagani - "Un italiano in Islanda"

Turismo insostenibile

«Un ghiacciaio – spiega il professore della Bicocca – ti garantisce acqua nelle stagioni secche. Ma se un paese come l’Islanda perde i suoi ghiacciai, il danno è anche turistico». Sul turismo ci torna in soccorso Roberto Pagani – autore di un blog in italiano sulla vita di un italiano in Islanda – che sull’argomento sfata anche qualche mito di una terra che tanto deve alla natura, ma dove locali e turisti ancora devono imparare come rispettarla. «Nella zona di Reykjavík dove abito non c’è la raccolta differenziata. In questi anni mi è capitato di vedere discariche che ricordano la Terra dei Fuochi. L’elettricità costa pochissimo, così capita che la gente lasci sempre accesa la luce. Poi c’è il turismo di massa: hanno costruito alberghi ovunque, colate di cemento per permettere a tutti di raggiungere comodamente le cascate. E non c’è un “piano B” nel momento in cui questo flusso dovesse diminuire».

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