Giappone: resta sul tavolo l'idea di sversare in mare l'acqua di Fukushima
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Ultimo aggiornamento il 11 settembre 2019 alle 11:57

Giappone: resta sul tavolo l’ipotesi di sversare in mare l’acqua di Fukushima

Il Sol Levante non intende cedere alla comunità internazionale. Il piano sarà attuato se riceverà l'ok da un pool di scienziati

Non sono servite le proteste della comunità internazionale: il Giappone, se i tecnici daranno il proprio assenso, continuerà con il suo – folle – piano di sversare in mare l’acqua radioattiva della centrale nucleare di Fukushima. Lo ha ribadito proferendo mille inchini di scuse rivolti al mondo Yoshiaki Harada, ministro dell’ambiente dimissionario del gabinetto di Shinzō Abe.

Giappone: “Disperdere l’acqua contaminata in mare unica soluzione”

Secondo quanto riferito dai politici nipponici, il Giappone si trova oppresso da un interrogativo dilaniante: trattenere sulla terraferma oltre un milione di tonnellate di acqua contaminata, proveniente dai condotti di raffreddamento dei reattori della centrale, oppure diluirla e disperderla in mare. Quel che è certo è che la decisione, qualunque sia, va presa in fretta, perché le cisterne si riempiranno entro il 2022 e c’è il rischio che un nuovo terremoto causi altre fuoriuscite di questo liquido ormai altamente velenoso.

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La prima opzione, ovvero stoccare le acque reflue da qualche parte sull’arcipelago nipponico, viene considerata la meno praticabile dal Giappone. E certamente la più costosa. Richiederebbe infatti la costruzione di apposite vasche in grado di resistere ai forti terremoti che ciclicamente colpiscono il Sol Levante. Inoltre, come possiamo immaginare, nessuna prefettura nipponica vorrebbe mettersi in casa propria una piscina altamente radioattiva.

Scartata anche l’ipotesi di costruire i nuovi serbatoi proprio a Fukushima dato che il disastro di otto anni fa ha rivelato essere un’area non solo a elevato rischio sismico ma a rischio tsunami. Individuare il sito geologicamente più sicuro, far digerire la scelta alla cittadinanza e dare il via alla costruzione delle vasche richiederebbe anni. Tempo che il Giappone sostiene di non avere.

Il mondo attende con il fiato sospeso

Quindi ora il mondo attende trattenendo il fiato il rapporto che un pool di scienziati consegnerà al governo nipponico. Se infatti il ministro dell’Ambiente dimissionario (il governo sta subendo un rimpasto proprio in questi giorni) poco prima di passare ad altro incarico fatto sapere di essere personalmente favorevole allo sversamento dell’acqua radiattiva in mare, l’esecutivo di Abe ha comunque puntualizzato che qualunque decisione sarà presa solo dopo aver ascoltato l’opinione di una commissione tecnica.


E intanto continua a pubblicare sulle pagine social governative, dati, tabelle e video dall’alto sapore propagandistico che dimostrerebbero non solo che la ricostruzione di Fukushima procede senza intoppi, ma che il rischio radiazioni è ormai alle spalle della popolazione. Anzi, si sostiene persino che l’aria sia meno inquinata che in Europa.

Quali rischi si corrono

Raggiunto dalle proteste della comunità internazionale (a iniziare da USA, Corea del Sud e Canada che temono di trovare liquami radioattivi sulle proprie coste) il Giappone prova a minimizzare ribadendo che l’acqua contaminata oltre a essere sottoposta a processi di diluizione, presenta esclusivamente tracce di trizio, un isotopo dell’idrogeno a bassa radioattività, incapace di penetrare la pelle umana e perciò considerato poco pericoloso.

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Anche perché, si legge, viene espulso rapidamente dal corpo attraverso le urine e il sudore. Ma ciò che agita i sonni degli ambientalisti è che il trizio entri nella catena alimentare attraverso i pesci e presto o tardi finisca anche sulle nostre tavole (conserva la pericolosità per oltre 10 anni).

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