"Respiriamo gasolio". Da Nord a Sud, la mappa delle terre avvelenate
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Ultimo aggiornamento il 18 settembre 2019 alle 6:55

“Respiriamo gasolio”. Da Nord a Sud, la mappa delle terre avvelenate

L'appello del prete siciliano che conta i morti di cancro: «Mi piacerebbe vedere qui Papa Francesco e il ministro dell’Ambiente»

«Anche ieri notte, quando sono andato a dormire, ho sentito un forte odore di gasolio». Preoccupato sì, ma non rassegnato, don Palmiro Prisutto è un parroco di Augusta. Lotta da decenni contro il petrolchimico che soffoca il comune del Siracusano, dove terre avvelenate e aria irrespirabile fanno ammalare e, spesso, uccidono. Insieme a Siracusa, Melilli e Priolo, questo è il quarto vertice urbano del “quadrilatero della morte”, come l’hanno ribattezzato i comitati. «Mi piacerebbe vedere Papa Francesco in queste terre. E sarebbe opportuno venisse anche il ministro dell’Ambiente. Qui ad Augusta non c’è una famiglia che non sia stata toccata dall’emergenza. Nella mia sono l’unico a cui non è stato ancora diagnosticato il cancro». Questa parte della Sicilia ospita diversi impianti del settore petrolchimico che, se da una parte garantiscono lavoro a migliaia di famiglie, dall’altra hanno generato una situazione ambientale drammatica.

A pochi chilometri da Augusta c’è Prioli, uno degli oltre 40 Siti di interesse nazionale (Sin) riconosciuti dall’Ispra , l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, per quantità e qualità di agenti inquinanti presenti. A fine anni ’90 l‘ente governativo, che dipende dal Ministero dell’Ambiente, ha inserito questo comune nell’anagrafe dei siti da bonificare. «Lo dissi subito quando negli anni ’80 ci fu una riunione della Protezione civile – ricorda don Prisutto – l’emergenza subdola di queste terre è il cancro».

Qui dicono: "Meglio morire di cancro che di fame"

I numeri del cancro in Italia

Per dare peso ed eco alla sua battaglia, da anni il parroco di Augusta compila una lista delle persone morte di tumore nel suo comune. «Ho cominciato nel febbraio del 2014: sono arrivato a contare circa un migliaio di nomi. Mi è perfino capitato che persone ammalate, prima di morire, mi abbiamo chiesto di celebrare i loro funerali». Nel quadro nazionale, l’ultima fotografia certificata dal ministero della Salute parla di oltre 3 milioni di pazienti che nel 2017 hanno avuto “una storia di cancro”. Come scrisse l’ex ministro, Beatrice Lorenzin, purtroppo “nel 2020 saranno 4 milioni e mezzo”, mentre ogni anno sono circa 180mila le persone che in Italia muoiono di tumore. Tra questi anche Lorenzo Farinelli, giovane medico di Ancona per il quale era anche partito un crowdfunding sociale che ha raccolto oltre mezzo milione di euro donato poi alla ricerca scientifica.

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Ma quali sono i fattori di rischio per cui ci si ammala più frequentemente di cancro? Secondo l’Istituto Superiore di Sanità – che cita dati Usa – il fumo è responsabile del 33% delle neoplasie; cattive abitudini alimentari e scarsa attività fisica incidono per un altro 33%; l’inquinamento ambientale impatta per il 2%. Ma questo non significa che aria inquinata e terre avvelenate non aggravino la situazione in contesti già delicati come quello di Augusta.

Il gruppo Facebook “Segnala la puzza”

«Ogni 28 del mese – dice Don Prisutto – celebro una messa per ricordare le vittime di cancro della nostra terra. Pronuncio, uno dopo l’altro, tutti i nomi della mia lista». Senza gli impianti petrolchimici molti temono un futuro senza lavoro per la Sicilia. C’è chi però non si è rassegnato: oltre a organizzare manifestazioni, don Palmiro ha aperto un gruppo Facebook, chiamandolo Segnala la puzza, dove chiunque può far presente che in una determinata zona si respira un odore strano e, magari, pericoloso.

 

I numeri dell’Ispra dicono che nella Sicilia sud orientale l’avanzamento delle bonifiche delle tante terre avvelenate è in grave ritardo: soltanto l’8% delle zone a rischio è stato messo al sicuro da idrocarburi, metalli pesanti e diossine. Ma l’emergenza ambientale deve convivere con quella del lavoro. «Da queste parti – confida don Prisutto – molti dicono che è meglio morire di cancro che di fame». Una preferenza che nessun essere umano dovrebbe esser mai spinto a esprimere.

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Terre avvelenate: la mappa nazionale

Ma i “Siti di interesse nazionale” si trovano più o meno in tutta Italia, non solo al Sud. Come nell’ex Stalingrado d’Italia: Sesto San Giovanni. Uno dei motori più potenti (e inquinanti) della ricostruzione e del boom economico italiano. A nord est di Milano, il comune ospitò alcune delle fabbriche più importanti del Paese, come le acciaierie Falck. L’area industriale occupava il 30% del territorio urbano, la stessa fetta che oggi ospita – si fa per dire – un sito su cui sono già iniziate le bonifiche.

Vista dal tombolo (la striscia di terra che porta all’Argentario) è un enorme e inquietante fabbrica diroccata. L’ex Sitoco di Orbetello, in Maremma, è uno dei Sin più importanti della Toscana. Una volta terminata la produzione di concimi chimici, parte dell’area è stata coperta con teli per impedire la dispersione delle polveri. Quel che resta è una ingombrante e spettrale costruzione ormai in completo stato di abbandono. Anche queste terre avvelenate che attendono una urgente messa in sicurezza per la sicurezza di fauna, vegetazione e persone.

Ancora più a Nord, l’area di Brescia è una delle zone nazionali più delicate. Qui, l’emergenza ambientale porta il nome (e la responsabilità) della Caffaro. Industria chimica fondata nel 1906, utilizzò composti chimici come mercurio e arsenico fino a quando il polo chiuse nel 1984. Secondo quando denuncia ARPA Lombardia, “dalle indagini ambientali avviate nel 2000 sull’area dello stabilimento Caffaro e nelle sue immediate vicinanze è emerso un inquinamento del suolo con valori fino a migliaia di volte al di sopra dei limiti di legge”.

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Persone ammalate, prima di morire, mi hanno chiesto di celebrare i loro funerali

I danni non riguardano soltanto l’area sottostante l’ex fabbrica, ma anche le falde acquifere e le terre avvelenate da decenni di attività industriale. Le acque reflue sono finite per anni nei canali da cui gli agricoltori prelevavano l’acqua per l’irrigazione dei campi. Emergenze simili necessitano di consapevolezza civica, ma soprattutto di soluzioni che, a volte, possono arrivare anche dalle nuove generazioni, che da Greta Thunberg in giù sono sempre più sensibili alla salvaguardia del Pianeta.

Startup giovani che danno una mano

Proprio a Brescia la startup Onde Alte organizzerà dal 26 al 28 settembre un hackathon a cui parteciperanno circa 80 studenti di diverse scuole superiori della provincia. «L’obiettivo è partorire idee innovative che abbiano un impatto positivo su aree inquinate come quella dell’ex Caffaro», ha detto Fabrizio Lingua, social impact analyst della startup attiva sia con i brand sia con pubblica amministrazione, aiutando entrambi a compiere scelte sostenibili in tutte le loro azioni.

«Il macrotema dell’hackathon – continua Lingua – sarà “Brescia, città saggia” e coprirà due sezioni: ambiente e partecipazione civica. Alla fine del percorso, una giuria selezionerà il gruppo che ha avuto l’idea più convincente». Tutti i progetti potrebbero dare un contributo a una provincia dove l’emergenza ambientale non riguarda soltanto il Sin dell’ex Caffaro. «C’è l’inquinamento del Lago di Garda, l’emergenza della Roggia Savarona, che secondo Greenpeace è il fiume più inquinato d’Europa per quanto riguarda agricoltura e allevamento intensivo», dicono ancora da Onde Alte. Secondo Legambiente, nel 2018 Brescia è stata la città che ha sforato più volte i limiti di legge per la presenza di polveri sottili o altri inquinanti nell’aria. Ma, si sa, purtroppo dati e informazioni validate da istituti ed enti di ricerca ancora non bastano per scuotere l’opinione pubblica sulla tutela di un bene dato quasi per scontato. L’ambiente.

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