Migranti, c'è già "chi li accoglie a casa sua", con Refugees Welcome Italia
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Ultimo aggiornamento il 3 ottobre 2019 alle 5:02

Migranti, c’è già “chi li accoglie a casa sua”, con Refugees Welcome Italia

Mentre l'Europa mette mano al Regolamento di Dublino per frenare gli egoismi tra gli Stati, Refugees Welcome dal 2015 promuove l'accoglienza volontaria nelle case di chi ha spazio e disponibilità

In questi giorni siamo tornati a leggere e a parlare con approccio costruttivo di politiche europee in materia di immigrazione: i ministri dell’Interno di Italia, Malta, Francia e Germania si sono riuniti sull’isola al centro del Mediterraneo per discutere un piano che modifichi la gestione dei migranti che arrivano via mare in Europa. Sono giunti a un accordo che, come è noto, è stato fortemente richiesto da Italia e Malta che da tempo vogliono superare il Regolamento di Dublino, accordo che comunque dovrà essere discusso durante il Consiglio dell’UE in Lussemburgo il 7 e l’8 ottobre prossimi.

Come cambierà l’accoglienza in Europa

Secondo le bozze, il nuovo sistema in studio prevede l’introduzione di un meccanismo di redistribuzione dei migranti che arrivano in Italia e a Malta entro quattro settimane dallo sbarco, dopo essere stati soccorsi in alto mare, tra i Paesi che aderiranno e secondo percentuali da definire. Non saranno quindi più a carico del Paese di primo ingresso ma delle nazioni aderenti che si assumeranno l’onere di ospitarli e di esaminare la loro richiesta. È una novità che riguarderà unicamente i migranti che arrivano via mare a bordo di navi militari o di navi delle ong e che faranno richiesta di protezione: nel caso dell’Italia, come si legge anche in un articolo de Il Post, sono meno di uno su dieci, il 9% del totale. Dal giugno 2018 all’agosto 2019 i migranti tenuti al largo perché soccorsi in mare sono stati poco più di 1300 contro i 15.095 arrivati in maniera autonoma.

Refugees Welcome

Alla domanda ricorrente, soprattutto sui social, “perché non li accogli a casa tua?” adesso può forse arrivare una risposta dall’alto: anche se i numeri parlano di accoglienze massicce anche da parte di altri Stati europei e non solo dell’Italia, la sistematicità delle operazioni di soccorso e accoglienza determinata da un accordo come questo ridefinisce senza dubbio il concetto di “casa tua”, allargando i confini e le responsabilità. Una frase recitata ormai come uno slogan risolutivo da parte di chi conosce poco le condizioni dei Paesi da cui  fuggono i migranti, ma anche costruita come un muro in molte conversazioni indubbiamente rafforzate negli ultimi due anni da una politica che ha fatto dell’attacco una strategia.

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Proprio da qui, trasformando il punto di vista da muro a ponte, è partito il progetto di Refugees Welcome Italia, associazione nata nel 2015 che promuove un modello di accoglienza in famiglia, per rifugiati e titolari di altra forma di protezione, basato sul coinvolgimento diretto dei cittadini. È parte del network Refugees Welcome International, attivo in 15 Paesi e oggi presente in 25 città Italiane. L’obiettivo è alquanto semplice, e lo dicono loro: “sviluppare modelli alternativi e innovativi di supporto ai percorsi di integrazione dei rifugiati coinvolgendo attivamente la cittadinanza e il privato sociale attraverso esperienze di accoglienza in famiglia”.

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Con Refugees Welcome chiunque voglia dare un contributo può farlo in modi  diversi. Aprendo la propria porta di casa, se si è dotati di una camera in più e della voglia di ospitare, oppure donando tempo come attivista sul proprio territorio di competenza o semplicemente sostenendo il progetto con una donazione e attraverso il 5Xmille. Il metodo si compone di tre ingredienti: una piattaforma digitale, una metodologia rigorosa e una team di attivisti formati e qualificati, che oggi in Italia sono oltre 200. Sul sito di REFUGEES WELCOME ci si può facilmente iscrivere come soggetti accoglienti, come rifugiati o come attivisti. Dopo la registrazione, un facilitatore chiama la persona iscritta per capire le sue aspettative e le sue motivazioni rispetto alla possibilità di accogliere un rifugiato. Seguono un corso di formazione, utile a conoscere le condizioni dei rifugiati e a mettere a fuoco la base dell’accoglienza e una visita a casa, per conoscere l’ambiente che si prepara ad ospitarlo. L’abbinamento e gli incontri tra rifugiato e famiglia sono seguiti passo dopo passo con la mediazione dell’associazione: se tutto va bene può avere inizio la convivenza (siglata anche da un contratto di ospitalità) durante la quale parte anche il progetto di autonomia che il rifugiato ha elaborato insieme a Refugees Welcome, impegnandosi a riprendere a studiare, trovare un lavoro, frequentare un corso di formazione professionale. Le famiglie in questo percorso diventano più attive e consapevoli e sono veri e propri “mentori naturali” per i rifugiati che cercano di inserirsi in una nuova comunità, attivando le proprie risorse umane e professionali.

 

È importante sapere che Refugees Welcome – che non appartiene alla rete Sprar – vuole arrivare a supportare il rifugiato nel momento in cui termina il periodo previsto dal sistema di accoglienza sul suolo italiano (i centri Sprar – Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati costituito dalla rete degli enti locali), senza avere ancora sviluppato un’adeguata rete sociale di sostegno, né completato un percorso di inserimento nel mercato del lavoro o aver trovato una sistemazione adeguata in cui vivere.

La rete delle città formalmente accoglienti, che quindi moltiplicano anche le possibilità di abbinamento famiglie/rifugiati per i territori circostanti, conta una maggiore presenza al nord in grandi e piccoli centri – si va da Milano e Torino a Mantova, Padova, Monza, Imperia, Cuneo, Aosta e Bolzano per citarne alcune – ma è attiva anche nelle città principali del centro-sud, oltre a Roma anche Napoli, Bari, Palermo, Catania e Cagliari. Oggi sono 150 sono le convivenze già in essere In Italia, e ognuna è una storia di incontro e arricchimento umano e sociale, la dimostrazione concreta che pregiudizi e stereotipi si possono combattere, è sufficiente avere la voglia di farlo. Spesso sono coppie che hanno figli ormai grandi che sono andati a vivere da soli o studiano in un’altra città, ma anche giovani coppie o famiglie mononucleari.

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Young Together: giovani che accolgono giovani

Fra i rifugiati i più vulnerabili ci sono i neo maggiorenni, ragazzi stranieri arrivati in Italia da minorenni, soli, senza famiglia al seguito. Generalmente vengono accolti in centri dedicati, dove iniziano un percorso di integrazione che rischia di essere bruscamente interrotto al compimento della maggiore età, quando sono costretti a lasciare queste strutture per andare nei centri per adulti. Per aiutare loro e tutti i giovani under 35 è nato il progetto Young Together, realizzato dal CIR (Consiglio Italiano per i Rifugiati, organizzazione umanitaria indipendente costituitasi nel 1990 in Italia su iniziativa delle Nazioni Unite) e Refugees Welcome Italia, che ha l’obiettivo di promuovere il co-housing fra giovani europei e giovani rifugiati, attivo per ora nelle città di Roma, Torino, Milano, Bologna, Venezia, Mantova, Genova, Catania, Matera, Firenze, Lecce e Verona.

Farah e Fabiola

L’obiettivo è incoraggiare lo scambio e la conoscenza fra giovani facilitando la convivenza (che già spesso si sperimenta durante il periodo di studi) e la conoscenza del territorio, con il fine ultimo di permettere al giovane rifugiato di integrarsi e acquisire indipendenza e – non da ultimo – diffondere tra le nuove generazioni il valore e la cultura dell’accoglienza, sperimentandola direttamente. Chi accoglie un rifugiato può ricevere un rimborso mensile per sostenere la coabitazione e gli operatori del CIR e i facilitatori di Refugees Welcome Italia individuano “l’abbinamento” migliore e offrono supporto nel corso di tutta la convivenza, la cui durata va da un minimo di 6 mesi ad un massimo di 12. L’iniziativa è finanziata dal’Otto per Mille Irpef a diretta gestione statale per l’anno 2016 della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

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