Ma Greta Thunberg merita davvero il Nobel per la Pace?
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Ultimo aggiornamento il 9 ottobre 2019 alle 6:22

Greta merita il Nobel per la Pace?

Se la paladina del green e di una intera generazione porterà a casa l'onorificenza lo sapremo solo l'11 ottobre. Ma la polemica in Rete è già infuriata. Cosa ha fatto Greta per meritarselo?

Si dirà che dopo essere andato all’ex presidente statunitense Barack Obama il Nobel per la Pace non abbia più il valore di un tempo. L’allora inquilino della Casa Bianca festeggiò il riconoscimento dichiarando guerra alla Libia nel 2013. Molti, inoltre, gli rimproverarono di non essere intervenuto contro il regime siriano mentre Bashar al-Assad bombardava con armi sporche la sua stessa gente. Qui, però, non si vuole parlare di politica, bensì focalizzarsi su di un quesito tutto sommato semplice: è giusto insignire Greta Thunberg di quella importante onorificenza?

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Se Greta vincerà il Nobel per la Pace lo sapremo tra circa 48 ore, venerdì 11 ottobre. Nel frattempo possiamo riavvolgere il film dell’ultimo anno e ricordare cos’è riuscita a fare in nemmeno 12 mesi. Così da maturare una risposta al quesito che sia almeno frutto dei fatti e non di semplici antipatie/simpatie. Figlia della cantante d’opera Malena Ernman e dell’attore Svante Thunberg, la piccola Greta ha fatto come quei sassolini spesso minuscoli che iniziano a rotolare in montagna dando vita a valanghe impressionanti. In un mondo pieno di gente che urla e sgomita per apparire sul proscenio, lei è finita nel cono di luce dei media per la sua singolare protesta silenziosa davanti al Parlamento di Stoccolma.

Ogni venerdì, infatti, questa ragazzina con le treccine che non era nemmeno nata ai tempi dello storico Protocollo di Kyoto (firmato nel 1997, Greta è classe 2003) si sedeva di fronte ai palazzi del potere con un cartello che mirava a ricordare ai politici che le passavano davanti gli impegni presi dalla Svezia a Parigi sul clima nel 2015.

Un anno da paladina Green

Ripercorrere ora tutte le peripezie della candidata al Nobel per la Pace sarebbe pleonastico. L’abbiamo vista strigliare i politici all’Onu, guardare in cagnesco Trump, veleggiare verso le Americhe come una novella Cristoforo Colombo, affrontare estenuanti viaggi in treno (30 ore per arrivare a Davos), dormire in tenda anziché in hotel, finire sul Time nella lista dei giovani più influenti e sulla copertina del Guardian.

Generazione Greta

Ma, soprattutto, l’abbiamo vista dar vita a un movimento giovanile mondiale. Piaccia o non piaccia, ha saputo ridestare dal torpore milioni di giovani in tutto il mondo. Le manifestazioni del Fridays for Future finora si sono tenute in oltre 7000 piazze di 100 nazioni differenti. E la lista si allunga mese dopo mese. Nemmeno il ’68 ebbe una simile eco.

 

 

Gli attacchi

In questi 12 mesi, però, abbiamo visto Greta anche nel ruolo di inerme bersaglio. Non sono mancati gli attacchi vili e spregiudicati, gli haters del Web, gli opinionisti da salotto. Tutti intenti a sputare veleno, avanzare dubbi (“chissà cosa c’è dietro”), come se per combattere le lobby del petrolio, dell’auto e dell’industria bisognasse per forza essere il burattino di qualche oscuro “potere forte”. In molti si sono dimenticati che il destinatario di critiche spesso crudeli quasi sempre feroci fosse solo una sedicenne.

 

L’Italia in prima linea quando c’è da bersagliare Greta

E così via Twitter è arrivato lo sfottò dell’uomo più potente del mondo, Donald Trump, sui giornali italiani sono apparsi titoli di pessimo gusto (Dal “Vieni avanti Gretina – La rompiballe va dal Papa” di Libero al “Anche il tempo si è rotto di Greta” del Tempo che peraltro denunciavano l’incapacità di riuscire a distinguere tra clima e meteo) fino ad arrivare (e qui si va oltre al lecito diritto di critica e opinione) all’indecoroso fantoccio con le treccine appeso pochi giorni fa appeso a un cavalcavia romano.

Molti obietteranno che ormai quello del green è un business milionario, che col green washing le peggiori aziende e i peggiori politicanti hanno ricostruito la propria verginità a favore dei media e dell’opinione pubblica. Non serve ricordarlo: siamo tutti abbastanza smaliziati, maturi e sul pezzo per saperlo per conto nostro.

“Col Green si fanno i soldi”. E allora? Se non si facessero, nessun imprenditore investirebbe. Poi, meglio farli con tecnologie che hanno un impatto moderato sul pianeta che continuare a macinare milioni diffondendo i peggiori miasmi, o no?

In più, piaccia o non piaccia, se persino nel nostro Paese – tra i pochi, in Europa, che ha visto il partito dei Verdi sparire completamente dalla scena mentre altrove fioccano i consensi – si è tornato a parlare del tema ambientale, se la Germania ha annunciato lo stanziamento di 100 miliardi e la Commissione europea ha promesso di metterne sul piatto 1000, dietro c’è senza dubbio lo zampino di Greta, che guida un carro su cui chiunque ora desidera salire.

Ma allora merita davvero il Nobel per la Pace?

Certo, in lizza per il Nobel per la Pace c’è pure Papa Francesco – che, in fondo, si potrebbe obiettare, sta semplicemente svolgendo il proprio ruolo -, il capo tribù dei Kayapo Raoni Metuktire che rivendica il diritto all’esistenza del suo popolo in una Amazzonia sempre più minacciata dagli incendi e dal presidente del Brasile Jair Bolsonaro o il primo ministro dell’Etiopia Abiy Ahmed, principale artefice della riconciliazione con l’Eritrea sancita nel 2018. Personalità importanti, storie che meriterebbero quella consacrazione.

Ciascuno avrà il proprio pensiero e ha il diritto di maturare in merito la propria autonoma convinzione. Ma in qualunque modo la si pensi, la giovane Greta ha fatto più in 12 mesi di tanti politici nel corso della loro esistenza. E non è affatto poco.

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