Dalla quarantena per il coronavirus allo smog. Viaggio nella città di Wuhan

Ultimo aggiornamento il 24 gennaio 2020 alle 6:51

Dalla quarantena per il coronavirus allo smog. Viaggio nella città di Wuhan

Oltre all'emergenza sanitaria, la megalopoli fa i conti con acque inquinate, smog e drammi sociali

Fino a pochi giorni fa quasi nessuno avrebbe saputo puntare l’indice sul mappamondo per trovare Wuhan. Eppure parliamo di una metropoli cinese da oltre 10 milioni di abitanti. L’allarme coronavirus (2019-nCov, individuato così tra gli scienziati), che sta gettando nel panico governi e autorità di mezzo globo, non è però l’unica sirena che risuona per le strade della città. I morti sono già decine e, in poche ore, il governo cinese è riuscito a imporre una quarantena per evitare la diffusione e scongiurare una possibile pandemia. Ma questo virus non è l’unica emergenza che Wuhan ha affrontato negli ultimi anni. Urbanizzazione selvaggia, inurbamento dalle campagne, condizioni igienico-sanitarie assai precarie e conseguente aumento dei livelli di smog.

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Wuhan, le origini di una mega-città

Wuhan è la più grande città della Cina centrale ed è stata soprannominata la “Città d’acqua”, visto che la superficie idrica copre oltre il 20% del territorio urbano. Proprio qui il fiume Azzurro (il terzo più lungo al mondo) incontra uno dei suoi più grandi affluenti, il fiume Han. Il vero sviluppo urbanistico della città è partito agli esordi della Repubblica Popolare Cinese, quando, negli anni Cinquanta, la città ha iniziato a ricevere grandi investimenti per costruire industrie siderurgiche, metallurgiche e termoelettriche che l’hanno radicalmente trasformata. Tra il ’53 e il ’57 Wuhan ha incassato quasi il 30% di tutti i fondi statali come si legge in questa approfondita ricerca intitolata “Urban Growth in a Rapidly Urbanized Mega City: Wuhan.”

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Le emergenze storiche

In questi giorni abbiamo imparato a conoscere una mega-città come Wuhan perché divenuta focolaio del coronavirus 2019-nCov, sviluppatosi in un mercato del pesce. Ma questo è soltanto l’ultimo dei gravi problemi con cui ha dovuto confrontarsi nei decenni. L’inquinamento dell’aria è uno dei temi più delicati che accomuna soprattutto le città cinesi e, in generale, asiatiche, divenute le fabbriche del mondo al costo di livelli preoccupanti di PM10 e particolato. L’industria alimentata a carbone, il traffico automobilistico e gli impianti di riscaldamento restano i principali fattori che hanno avvelenato l’aria a Wuhan.

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1. Smog e repressioni selvagge

Le proteste contro i cambiamenti climatici hanno raggiunto anche quest’angolo della Cina. Prima dell’ondata dei Fridays for Future ispirati all’icona svedese di Greta Thunberg, diversi attivisti avevano già tentato di sollevare il tema dell’inquinamento a Wuhan. Come ha riportato il sito Bloomberg, alcuni di questi erano stati perfino arrestati nel 2014 per aver manifestato contro un inceneritore, esponendo un cartellone lungo 6 metri che recitava lo slogan “guerra all’inquinamento”. Una provocazione, agli occhi delle autorità, visto che lo stesso concetto era stato espresso dal governo di Pechino come progetto per contrastare lo smog nel paese del Dragone.

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2. Acque inquinate

Le risorse idriche di Wuhan sono da sempre uno dei punti di forza della città. La stessa ricerca a cui abbiamo fatto riferimento riferisce tuttavia che il rapido sviluppo industriale ha pesato sulla salute corsi d’acqua, sempre più inquinati per via degli scarichi che hanno rilasciato nell’ambiente anche sostanza cancerogene, mettendo a rischio da vita di molte persone. Nel 2014 si è calcolato che l’acqua potabile destinata a 300mila residenti fosse stata contaminata con ammoniaca e azoto.

3. Migrazioni

Mentre l’Europa ha litigato per anni sulle quote di immigrati, in Cina si sono registrate le migrazioni interne più imponenti della storia. Nel 2010 le persone che si sono spostate – soprattutto dalle campagne verso le città – hanno raggiunto la cifra record di 211 milioni, mettendo a dura prova la megalopoli dal punto di vista urbanistico, sanitario e socio-economico. In un paese che, va ricordato, è dominato da una dittatura comunista, la repressione è stata più volte usata contro gli strati più poveri e deboli della popolazione. Nel 1976, dopo il terribile terremoto di Tangshan – forse il più letale della storia, oltre 240mila vittime – milizie urbane hanno aperto il fuoco contro i sopravvissuti che, dalle campagne, cercavano riparo e viveri a Wuhan. Il motivo? Le autorità temevano il rischio saccheggi.

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4. Precarie condizioni igienico-sanitarie dei wet market

La tradizione popolare fa a pugni con l’igiene. In Cina sono molto diffusi i cosiddetti “wet market” e il coronavirus che ora spaventa il mondo sembra avere avuto origine proprio nel mercato rionale di Wuhan, dove si sarebbe sviluppato mescolando virus di pipistrelli e di serpenti secondo uno studio appena pubblicato. Leggendo cos’è un mercato umido non è difficile considerare perché proprio uno di questi sia stato il Ground Zero di questa nuova infezione.

 

Immaginiamoci un luogo affollato, di contrattazione continua, dove sono stipati centinaia di animali vivi, rinchiusi in piccole gabbie, e il cibo passa da una mano all’altra (assieme a monete e banconote), senza troppe precauzioni, favorendo così la trasmissione degli agenti patogeni dagli animali agli uomini. Non si vende soltanto pesce, ma anche cani, lepri e altri roditori. In questo ambiente così malsano e precario, gli studiosi pensano si sia diffuso il coronavirus. Per questo, in attesa che venga scongiurato il rischio pandemia, le autorità di Wuhan hanno deciso di chiudere tutti i wet market.

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