Trieste, i coniugi che soccorrono i migranti in arrivo dai boschi

Ultimo aggiornamento il 6 febbraio 2020 alle 6:23

Trieste, la storia dei coniugi che soccorrono i migranti in arrivo dai boschi

Linea d'ombra è attiva in Friuli Venezia Giulia e viaggia spesso in Bosnia Erzegovina. «Le migrazioni sono come l'acqua: trovano sempre la strada per avanzare»

«Perché medicargli i piedi? È la cosa che chiedono di più», ci racconta Gian Andrea. “Scoperta” dalla politica italiana nel 2015, quando la Germania di Angela Merkel prese la storica decisione di accogliere mezzo milione di migranti (soprattutto siriani), in questi anni la rotta balcanica non ha mai smesso di essere battuta da pakistani, iracheni, iraniani. Tanto che, pochi giorni fa, è arrivata una proposta choc dell’assessore regionale del Friuli Venezia Giulia, Pierpaolo Roberti: usare le fototrappole al confine – le stesse usate per monitorare il passaggio di orsi e lupi  – contro l’immigrazione. Ma perché mai ridurre movimenti delle persone a quelli delle bestie?

Lontano dalla propaganda

Abbiamo parlato con Gian Andrea Franchi, ex professore di storia e filosofia, che a Trieste guida il piccolo gruppo di volontari dell’associazione Linea d’ombra. Ogni settimana, sul piazzale della stazione, accolgono e curano quei migranti sfuggiti alla polizia croata e ai tanti pericoli lungo il cammino. «Qui a Trieste arrivano anche tanti algerini, perché attraversare il Mediterraneo è sempre più pericoloso». Un flusso, quello balcanico, che non ha più goduto dei riflettori della politica (e della propaganda), entrambe concentrate sulle tragedie in Libia e nel Mediterraneo, un cimitero subacqueo dove da inizio millennio sono morte 25mila persone.

L’associazione Linea d’ombra è stata fondata proprio per rispondere alle emergenze della rotta balcanica, dimenticate soprattutto in Italia dove l’opinione pubblica si è lacerata sulla polemica dei porti chiusi, un vero e proprio referendum pro o contro l’ex ministro dell’Interno, Matteo Salvini. «Dal 2013 sono morte circa 250 persone in questo lungo cammino, ma sono soltanto i numeri ufficiali – ha spiegato Franchi – In quasi due anni siamo stati 18 volte in Bosnia Erzegovina per assistere i migranti che vengono respinti dalla polizia croata mentre cercano di entrare in Europa». A far sparire la rotta balcanica dalle prime pagine ha contribuito anche l’accordo tra Europa e la Turchia di Erdogan, che trattiene milioni di migranti sul proprio territorio in cambio di finanziamenti da Bruxelles. Una condizione che ha messo l’UE in una posizione di svantaggio, se non addirittura di potenziale ricatto.

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Rotta balcanica: “come acqua che si fa strada”

Secondo l’ISPI (l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale) il fronte croato è stato teatro di violenze e torture da parte delle autorità contro chi cercava di oltrepassare il confine. Dopo che l’Ungheria del sovranista Victor Orban ha scelto di bloccare i confini, rendendo sempre più difficile il passaggio lungo il paese magiaro, la rotta balcanica ha subito una deviazione che oggi,  dalla Grecia, passa lungo Albania, Montenegro e Bosnia Erzegovina fino al confine con la Croazia. «Queste migrazioni sono come l’acqua: prima o poi trovano sempre un passaggio per farsi strada. Quelli che incontriamo a Trieste usano spesso il termine “game” quando si riferiscono al loro viaggio. Per loro è davvero un mettersi in gioco per cercare una vita migliore in Europa».

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In pochi anni Linea d’ombra è entrata in contatto con un’umanità disperata. «In Bosnia – ci racconta Gian Andrea, attivo nell’associazione insieme alla moglie Lorena, psicoterapeuta – avevamo conosciuto un algerino con problemi psichici. Ce ne  eravamo presi cura perché aveva i piedi congelati. Come tutti, anche lui aveva dentro di sè una spinta enorme che lo faceva andare avanti. Tempo dopo, quando abbiamo saputo che era stato ritrovato svenuto in un bosco, siamo andati a riconoscere il suo corpo in un ospedale. Aveva 28 anni».

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Oltre all’impegno nel paese balcanico l’associazione è attiva anche a Trieste dove incontra i migranti che arrivano alla stazione ferroviaria. «Nel migliore dei casi hanno vesciche e scarpe rotte, nel peggiore hanno ferite ai piedi. Disinfettiamo, usiamo la connettivina e bendiamo. Sono persone che impiegano anche 20 giorni di lungo cammino, attraversando un territorio carsico e boschivo, dove non c’è soltanto la fatica fisica, ma anche la paura di orsi e lupi. Quando arrivano gli diamo scarpe, cibo e  indicazioni sul come continuare il loro cammino verso il centro e nord Europa». In un vecchio continente che erige sempre più muri, dove le destre e i sovranismi avanzano e la paura dello straniero determina politiche nazionali, l’azione di associazioni simili vuole essere un grido controcorrente. «Il nostro impegno è politico: ci opponiamo ai confini diventati macchine di morte».

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