Agritech, è davvero la soluzione per i problemi dell'Asia? - Impact

Ultimo aggiornamento il 30 giugno 2020 alle 6:13

Agritech, è davvero la soluzione per i problemi dell’Asia?

Gli esperti affermano che è più che urgente che la regione adotti l’agritech ma gli ostacoli sono parecchi

La produzione agricola nel Sud-Est Asiatico sembra andare a gonfie vele. Lungo le colline e le distese verdeggianti vengono coltivate melanzane, fagioli, cetrioli ed ogni tipo di ortaggio. Ma a rendere speciali questi terreni non è solamente il duro lavoro dei coltivatori. Anche qui, di mezzo c’è la tecnologia, anzi, l’agritech. Sono sempre più numerose, infatti, le startup asiatiche che stanno lanciando prodotti innovativi e su misura per le esigenze specifiche degli agricoltori in tutta la regione.

Leggi anche: Nell’Idaho arrivano i droni amici dell’agricoltura

Le aspirazioni nelle menti dei coltivatori spaziano dalle mietitrici robotiche fino ad ogni altro macchinario capace di ridurre i costi della manodopera. Le implementazioni su cui si sta lavorando sono però molte altre: tra queste, si parla di dispositivi di stazione meteorologica in grado di prevedere il momento migliore per piantare, concimare e irrigare, di sensori intelligenti che raccolgono dati sulla crescita del suolo e delle colture, di droni che forniscono immagini delle condizioni del campo e di macchinari dotati di intelligenza artificiale volti a ridurre l’uso di pesticidi attraverso un’allocazione più efficiente.

Insomma l’impiego di queste nuove tecnologie promette di aumentare la produttività delle aziende, ridurre l’impatto ambientale dell’agricoltura e gli sprechi, migliorare la sicurezza, la tracciabilità e il valore nutrizionale degli alimenti e abbreviare la catena di approvvigionamento.

Ma c’è il solito vecchio problema.

Tutto quello che ci siamo raccontati finora è semplicemente troppo costoso

Tra Malesia, Tailandia e Indonesia gli agricoltori stanno aspettando fondi per potersi permettere quella cara e tanto desiderata tecnologia ancora inaccessibile -ahimè- a troppi di loro.

Eh già, perché droni e macchinari super tech saranno anche fantastici ma hanno tutti dei prezzi altissimi; basti pensare che i droni meno costosi partono da più di 1.000 dollari. Il tutto sembra ancora più grave se si correla il fatto che le aziende agricole nella regione non sono affatto grandi quanto le loro controparti occidentali e hanno budget significativamente più piccoli.

Leggi anche: A Dubai arrivano i droni a piantare un milione di alberi

Grow Asia, una piattaforma di partnership istituita dal World Economic Forum e dall’Associazione delle Nazioni del Sud-Est asiatico che consente la collaborazione e agevola azioni a sostegno dell’agricoltura nazionale e regionale, ha scoperto che le sue 60 soluzioni di tecnologia digitale proposte sono utilizzate da solo il 2,5% dei 71 milioni di piccoli agricoltori del Sud-Est asiatico.

La percentuale dice tutto ed è un bel problema specie in relazione ad un fatto.

Gli esperti affermano che è più che urgente che la regione adotti l’agritech. L’Asia, infatti, si sta urbanizzando più velocemente di qualsiasi altra regione e si prevede che entro il 2030 sarà la terra di circa il 65% della popolazione della classe media mondiale, secondo un rapporto di PwC, Rabobank e Temasek rilasciata a Novembre. In tutto questo quadro il rischio è che l’industria agricola non sia in grado di tenere il passo. Il rapporto afferma che i cambiamenti climatici e il degrado ambientale aggraveranno le attuali sfide della produzione alimentare riducendo i terreni coltivabili disponibili, i raccolti e la produzione agricola.

Le startup agritech sono sul pezzo

Le attività spaziano da modelli incentrati sull’hardware a quelli che riguardano la tecnologia finanziaria.

Tra le prime spicca Tun Yat in Myanmar, una piattaforma che consente agli agricoltori di noleggiare attrezzature direttamente dai fornitori di macchinari offrendo un servizio standardizzato conveniente e affidabile. Funziona così: i coltivatori pagano una tariffa di mercato per acro per noleggiare ciò di cui hanno bisogno e possono pagare direttamente tramite l’app di prenotazione. Questi dati di transazione, inoltre, sono condivisi con le banche per i prestiti a fronte di crediti.

Leggi anche: Caldo estivo, va a male il latte? Ci pensa il sensore anti-sprechi

Tun Yat è già al servizio di oltre 5.000 agricoltori e ha contribuito alla coltivazione di 9.000 acri. Si è calcolato un risparmio per agricoltore di 120 dollari a stagione. Il prossimo passo sarà replicare il modello di business sia localmente che in tutta la regione mediante una strategia di adattamento localizzata.

Tra le altre startup ci sono quelle che si occupano di commercio elettronico: tra queste l’indonesiana TaniGroup che gestisce una piattaforma di e-commerce e crowdfunding chiamata TaniHub la quale consente agli agricoltori di connettersi direttamente a supermercati, imprese, consumatori e istituti di credito tramite la gemella piattaforma di prestito TaniFund. Un interessante modello che elimina lungaggini e intermediari lungo la catena di approvvigionamento. Prezzo equo e servizi di pagamento rapidi e affidabili, affrontando al contempo il problema fondamentale per gli agricoltori: la mancanza di capitale per iniziare o portare avanti le attività agricole.

Finora l’azienda ha supportato fino a 17.000 agricoltori che hanno visto un aumento del 20% delle entrate e un aumento del reddito fino al 100% rispetto alle normali attività che coinvolgono intermediari.

Agritech e agri-finance: l’area più preziosa per le startup

A dichiararlo è Paul Voutier, direttore di Grow Asia. “Gli agricoltori, in genere, pagano alti tassi di interesse annualizzati, circa il 40%, quando ottengono credito per articoli come i fertilizzanti perché la loro unica fonte di capitale è il rivenditore che vende loro il prodotto o il commerciante che comprerà i loro raccolti”.

Le realtà digitali che collegano chi ha bisogno di un prestito per rappresentare un progetto e coloro che, invece, si vogliono assumere il rischio di finanziare (le piattaforme peer-to-peer) sarebbero le più necessarie. E di esempi asiatici ce ne sono molti altri: Cropital nelle Filippine e CrowdE in Indonesia, ad esempio, “stanno colmando questo divario rendendo i finanziamenti più convenienti per le aziende agricole“. “Una volta che queste hanno accesso a prestiti più sostenibili, possono permettersi droni e altre soluzioni hi-tech“.

La strada è quella giusta ma c’è ancora molto da fare

Il mercato del sud-est asiatico è ancora in ritardo rispetto all’India e alla Cina dove i round di finanziamenti arrivano a toccare i 600 milioni di dollari (in ultimo, l’anno scorso, quello di Meicai, rivenditore elettronico di telefonia mobile). In confronto, la più grande somma raccolta da una società del sud-est asiatico in un round di finanziamento è di 10 milioni di TaniGroup all’inizio di quest’anno.

E a parte il problema rappresentato dal costo dell’agritech, ci sono altri ostacoli per un’adozione diffusa.

Perché l’agritech del sud-est asiatico sbocci davvero, c’è bisogno di più professionisti in grado di utilizzare la tecnologia avanzata e agronomi esperti per convertire i dati grezzi in informazioni utilizzabili. Ciliegina sulla torta, l’agritech può essere utile solo per alcuni tipi di colture, ad esempio, per le verdure come le insalate e le erbe aromatiche come il basilico, ma non per altre verdure che non richiedono tecnologie per aumentare la loro produttività.

Rimani sempre aggiornato sui
temi di StartupItalia!
iscriviti alla newsletter