Il Covid fermerà il Green New Deal? Quant'è verde il Recovery plan?
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Ultimo aggiornamento il 14 settembre 2020 alle 16:14

Il Covid fermerà il Green New Deal? Quant’è verde il Recovery plan?

L'intervista all'Avvocato Lorenzo Parola, dello studio legale internazionale Herbert Smith Freehills, esperto in transizione energetica e nominato legale dell'anno nel settore Energy & Utilities.

Il Green New Deal prosegue, anche in tempi di pandemia. Il piano europeo che dovrebbe portare i Paesi dell’Unione alla neutralità climatica entro il 2050, non ha subito scossoni così forti da impedirne il rispetto degli obiettivi pluriennali. «L’agenda europea prosegue senza troppi intoppi», afferma l’Avvocato Lorenzo Parola, grande esperto di temi energetici e ambientali, a StartupItalia. «Il Recovery Fund, pone l’enfasi soprattutto sulla transizione energetica, in particolare sulla decarbonizzazione e la digitalizzazione», continua il legale. «Il fatto che il piano si concentri su due dei tre pilastri della transizione energetica, può rappresentare in una certa misura un’accelerazione e non un freno». Fondi europei che si sommano, a livello nazionale, alle misure previste dal governo per favorire la svolta green, a partire dall’ecobonus.

Lorenzo Parola

StartupItalia: Il Covid ha messo a repentaglio la realizzazione degli obiettivi previsti dal Green New Deal o l’agenda procede senza particolari problemi?

 

Lorenzo Parola: «Credo che l’agenda del Green New Deal prosegua senza troppi intoppi. Se guardiamo a quanto prevede il Recovery Fund, si osserva che esso pone l’enfasi sulla transizione energetica, in particolar modo sulla decarbonizzazione e la digitalizzazione. Questi due parametri, insieme all’efficienza, rappresentano i tre pilastri della transizione energetica. Il fatto che il piano si concentri su due dei tre paradigmi, può rappresentare in una certa misura un’accelerazione e non un freno.»

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SI: Politiche di decarbonizzazione che, nell’approvazione del Recovery Fund, hanno visto un netto taglio del Just Transition Fund, a esse dedicato e che ora riceverà 17,5 miliardi. C’è il rischio che i Paesi europei ancora basati sull’economia del carbone, come ad esempio la Polonia, ne risentano?

 

LP: «Il problema vero risiede in un altro aspetto. I finanziamenti stanziati nel Just Transition Fund, nonostante le riduzioni, sono troppi. Questo fondo tende a favorire la trasformazione di determinati Paesi da un’economia a carbone a un’economia decarbonizzata e a tutti gli effetti privilegia Stati, come Germania e Polonia, che ad oggi sono ad alte emissioni. Più che porre così tanti soldi sulla riconversione di siti e laboratori, nonché sulla creazione di ammortizzatori sociali, sarebbe stato auspicabile investire su startup e tecnologie verdi e digitali. Questo, a causa della natura del Fondo per la Transizione Energetica, che si struttura come vero e proprio aiuto di Stato. Andando a beneficiare Paesi che, sia nel sistema industriale, sia a livello di costi dell’energia, hanno usufruito largamente del carbone e quindi sono responsabili di un forte inquinamento in Europa. E ora si ritrovano a giovare di un secondo aiuto, anziché essere penalizzati per le loro maggiori emissioni.»

© Foto: Pexels.com

SI: A proposito di startup innovative, è prevista a giorni la pubblicazione dei progetti premiati con fondi complessivi di 1 miliardo di euro, nell’ambito della seconda European Green Deal Call. Si tratta di uno strumento in grado di può aiutare lo sviluppo di un nuovo paradigma nell’investimento energetico?

 

LP: «Sicuramente sì. Questo bando fa il paio con gli obiettivi di Venture Capital previsti da Cdp nel settore dell’energia, che in maniera analoga metterà a disposizione 1 miliardo di euro. I soldi sono importanti, ma non sono l’unico vettore necessario per creare il terreno adatto allo sviluppo delle startup nel mondo energetico e, più in generale, del digitale. Perché ciò accada, servono infatti tre elementi, che in Italia sono in parte deficitari. Innanzitutto, il problema dell’infrastruttura, presente a livello comunitario: in Europa, a differenza di Stati Uniti e Cina, manca il Cloud. C’è poi un tema di policy, poiché le politiche industriale italiane sono poco indirizzate verso il digitale. Infine, il rapporto fra Venture Capital e startup. I fondi di VC, ad oggi, non sono stati, specialmente nel settore dell’energia, il principale mezzo di raccolta di equity per le startup innovative. I maggiori finanziamenti sono arrivati invece da crowdfunding e contest, oltre che dagli spin-off universitari.»

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SI: Per quali motivi in Italia il Venture Capital fa fatica?

 

LP: «Le ragioni sono due: abbiamo fondi troppo piccoli e, soprattutto, questi fondi sono generalisti. Manca un Venture Capitalist settoriale.»

SI: Restando nel nostro Paese, le recenti misure intraprese dal governo per favorire lo sviluppo del rinnovabile, a partire dall’ecobonus, sono efficaci e sostenibili anche nel medio e lungo periodo?

 

LP: «L’ecobonus va sicuramente nella direzione giusta, ma i veri ostacoli alla transizione energetica in Italia sono di tipo regolatorio e autorizzato, più che finanziario. Ecco che, quindi, ad avere un impatto positivo potrebbe essere soprattutto il decreto semplificazioni. Nonostante questo, anche il decreto semplificazioni ha il limite di soffermarsi più sul rifacimento di impianti esistenti, che sulla semplificazione amministrativa per lo sviluppo di nuovi progetti. In particolare, per la fonte più conveniente a livello costi-effetti, ossia il fotovoltaico.»

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SI: Nuovi progetti che, oltre al fotovoltaico, verso quali direzioni dovrebbero andare per favorire la transizione energetica?

 

LP: «Bisogna guardare a 360 gradi al mondo del rinnovabile. I due filoni da favorire per la realizzazione della transizione energetica, sono quello dell’hard tech, come ad esempio il caso dello storage, ossia delle batteria di flusso – sviluppato ad esempio dalla startup italiana Green Energy Storage -, e quello dell’energy digitalization. Quest’ultimo rappresenta il crocevia fra il settore energetico e le tecnologie digitali. Collegato a questo campo ci sono moltissimi rami, da quello dell’efficienza energetica, come nel caso di Evolvere, recentemente acquisita in maggioranza da Eni. Nel nostro Paese c’è poi un terzo filone, che è quello dei combustibili alternativa, sui quali abbiamo una grande tradizione e rispetto a cui oggi c’è una grande occasione: l’idrogeno.»

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SI: Riguardo all’idrogeno, domani verrà presentato il piano industriale dell’acciaieria di Piombino. JSW Italy ha firmato un memorandum d’impresa con Creon Capital per la creazione di un parco energetico volto al rinnovabile e, nello specifico, proprio all’idrogeno. Questo progetto può rappresentare un modello per il futuro dei grandi poli industriali nazionali?

 

LP: «Mi auguro di sì. Quello che più è interessante riguardo il polo di Piombino è l’integrazione molto forte fra idrogeno e rinnovabili: si tratta infatti di idrogeno verde, prodotto in maggioranza da fotovoltaico. L’Italia possiede diversi distretti industriali, ha a disposizione un capillare sistema di reti di distribuzione gas, che possono essere convertiti per l’idrogeno, e infine c’è una grande potenzialità nel settore delle rinnovabili. Tutti questi elementi portano a pensare che quello di Piombino possa rappresentare un caso pilota di successo, replicabile più volte.»

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